Giorgio Pasotti e Claudio Amendola presentano Abbi fede, rifacimento de Le mele di Adamo

Portare a termine un remake di un film della levatura intellettuale del bellissimo dramedy Le mele di Adamo può sembrare da una parte un’operazione scaltra, atta a garantire le ambìte cauzioni di commerciabilità alla vena autoriale ghermita dall’ambizioso Giorgio Pasotti dietro e davanti la macchina da presa. Dall’altra farebbe tremare le vene e i polsi, per citare il sommo Dante, ad autori con la “a” maiuscola.

Claudio Amendola, nel ruolo in Abbi fede del neofascista che era stato nell’indimenticabile Le mele di Adamo del talentuoso collega Ulrich Thomsen, riesce ad appaiare la fisicità al vissuto nell’età verde lungo l’asfalto dell’Urbe per incarnare un seguace d’idee diametralmente opposte rispetto alle sue. Nel corso della conferenza stampa, c’è stato modo di chiedergli se l’aver frequentato la cosiddetta università della strada gli abbia permesso di annettere l’idoneo carattere d’autenticità alla performance basata ugualmente sul rapporto con Pasotti. Da attore e regista ad attore. E regista pure. Perché anche Claudio si è cimentato con l’esperienza di dirigere chi per natura è in cerca d’inquadrature lusinghiere allo scopo di porre nel giusto risalto il coacervo di bene e male insito nell’essere umano.

La risposta non si è fatta attendere: “Certamente, come sostiene lei, conoscere l’università della strada è stata una risorsa. Ho sempre attinto per dar vita a personaggi anche negativi ai ricordi personali, ad amici e conoscenti. Nonché proprio alla strada. Una grandissima maestra dalla quale ho ottenuto in pagella una piena sufficienza. Lavorare, inoltre, con un attore/regista oggi succede molto più spesso che in passato. Mi è capitato d’incontrare registi che si rapportavano mal volentieri con gli attori. Ma in media, facendo tanti film, è piuttosto normale imbattersi in professionisti apertamente ostili con il cast. Personalmente trovo la direzione degli attori l’aspetto più bello e stimolante del mestiere della regìa. Tra gli attori/registi esiste una complicità realmente maggiore”. In Domenica di Wilma Labate Claudio Amendola ha interpretato un personaggio, al contrario del ravveduto Adamo, immutabile, tutto d’un pezzo: l’ispettore di polizia intento ad anteporre il desiderio di preservare l’innocenza dell’afflitta protagonista dalla preoccupazione per la propria salute minata dall’atroce tumore. In Abbi fede Adamo muta segno. Un po’ sulla stessa falsariga di Jack Nicholson alias Melvin Udall in Qualcosa è cambiato di James L. Brooks. L’opinione dell’interessato al riguardo risulta degna di nota: “Ho amato tantissimo l’ispettore di Domenica. All’epoca la mia seconda figlia aveva la stessa età, dodici anni, della bambina con cui il mio personaggio instaura un rapporto di profonda complicità. Ancor oggi quella rappresenta la mia prova recitativa più appagante. L’Adamo de Le mele di Adamo devo tutt’oggi cominciare ad amarlo. Almeno nello stesso modo”.

Sul rapporto che si stabilisce dietro e davanti alla macchina da presa, dando le indicazioni del caso a se stesso e ad altri, Pasotti ha le idee altrettanto chiare: “Rapportandosi con gli attori un regista che sa cosa vuol dire mettersi a disposizione della macchina da presa, aderendo ad accenti realistici ed empiti interiori di personaggi viscerali ed eterogenei, deve contemperare diversi fattori. Riguardo a Claudio Amendola, l’ho sempre seguito nelle sue prove recitative. Ammirandone la grinta e al contempo l’indubbia vena poliedrica. Adamo, nel modo d’intendere l’esistenza dapprincipio, con la rabbia, con l’intolleranza nei riguardi delle persone miti, nei mugugni ferini, nei soprassalti di cieca ferocia è quanto c’è più di distante, non solo sul versante ideologico, di com’è nella vita Claudio. Negli altri ruoli in cui l’avevo visto da spettatore c’erano sempre delle analogie, delle affinità più o meno evidenti, degli agganci riscontrabili nella personalità, nell’umanità, nelle cose che lo caratterizzano. Ci vuole un certo coraggio per mettere a disposizione la propria mole massiccia per snudare l’anima ed entrare in empatia con la manifesta chiusura mentale di Adamo. Le indicazioni che gli ho dato penso che gli siano servite per conferire ulteriori sfumature psicologiche al ritratto del reazionario all’inizio ostile al sentimento di pietà. Di suo la proverbiale forza comunicativa, insieme alla reviviscenza e alla realizzazione di circostanze interiori ed esteriori diverse, ha fatto il resto”.

Le dinamiche tragicomiche dell’intollerante destinato a divenire tollerante, persino con il terrorista arabo dalla pistola facile, risultano frammiste alla ragguardevole capacità di scrivere con la luce. L’aguzza componente luministica è servita a garantire gli auspicati contrasti chiaroscurali alla pur prevedibile parabola sul bene e sul male. I riferimenti al trambusto scatenatosi nella manifestazione a via dei Cerchi non contemplano un debito contradditorio tra le parti trovando, al contrario, tutti d’accordo. L’unanimità altresì sul dibattuto ordine di sgombero ai danni di CasaPound cede però presto spazio ad altre considerazione decisamente più in tema ed ergo più equanimi. L’equilibrio tra stilemi piuttosto diversi gli uni dagli altri stava molto a cuore a Pasotti. Ammiratore del cinema scandinavo e delle doti analitiche dell’incomparabile Ingmar Bergman. In grado di rivelare l’egemonia dello spirito sulla materia attraverso i celebri primi piani. Non mancano nemmeno i movimenti di macchina a schiaffo e le correzioni di fuoco. La tecnica, dunque, non pare bandita dal racconto sull’ennesima presa di coscienza. Anche se il trasporto artistico, legato a filo doppio all’approfondimento dei temi passati dalla chiesa di Horne, fondata all’epoca delle signorie e dei vassalli in Danimarca, nell’isola di Fionia, alla location in Alto Adige, trae linfa principalmente dalla bravura del cast. Specie Roberto Nobile nei panni di un medico poco pietoso e molto spiritoso.

La geografia emozionale ricopre un ruolo piuttosto interessante. Di conseguenza l’alacre Film Fund & Commission di IDM Alto Adige, che ha fornito il supporto richiesto affinché i luoghi riflettessero l’altalena degli stati d’animo, in attesa, da copione, dell’immancabile redenzione, spera nell’indotto nella fase ex post del cineturismo quando i problemi dovuti al Covid saranno ormai solo un brutto ricordo. Di certo il territorio eletto a location coglie nel segno. La rianimazione territoriale, con gli spettatori spinti a divenire turisti, è un altro paio di maniche. Frattanto il film desidera imporsi all’attenzione di un vasto pubblico con l’approdo – dopo Magari di Ginevra Elkann (il 21 Maggio), Bar Giuseppe di Giulio Base (il 28 Maggio), La rivincita di Leo Muscato (il 4 Giugno) – sulla piattaforma di Raiplay. Il che non significa necessariamente entrare nel Pantheon della Settima Arte. Ma vuol dire stabilire un’intesa nel mercato secondario di sbocco. In attesa che quello primario, ovvero le sale cinematografiche, riprenda a marciare. In fondo basta avere fede. Nomen Omen.

 

Massimiliano Serriello