Gli anni più belli: Gabriele Muccino rievoca C’eravamo tanto amati

Tornato ormai in pianta stabile nel Bel Paese dopo i film girati oltreoceano sulla scorta dell’indubbia capacità di unire gli stilemi della commedia all’italiana e i tópoi dei capolavori di Frank Capra, il cineasta capitolino Gabriele Muccino sembra aver smarrito l’idonea misura espressiva. Gli anni più belli, sebbene tenga desta l’attenzione sia del pubblico avvezzo ai batticuori sia degli incalliti appassionati, lieti di sbizzarrirsi nei raffronti con il cult C’eravamo tanto amati del compianto Ettore Scola, ne svela alcune indicative incongruenze.

L’accusa lanciata nei riguardi dell’applaudito collega siciliano Peppuccio Tornatore, ritenuto avvezzo ad anteporre i fronzoli e gli orpelli dell’infeconda ridondanza estetica, prossima all’enfasi di maniera, rispetto alla dote di badare al sodo, individuando il succo della poesia, risulta perlomeno curiosa. Soprattutto in virtù della scena più toccante dell’intero affresco malincomico in cui il fragile giornalista, che desidera dare un colpo d’ala alla carriera intervistando Carlo Verdone, vince la resistenza del figlio deluso dall’irrimediabile velleità. Attinta in modo piuttosto palese a Nuovo cinema Paradiso.

Ed è fonte di riflessione il motivo per il quale il personaggio più riuscito, interpretato dall’intenso ed empatico Claudio Santamaria senza avvertire alcun timore reverenziale col memorabile Stefano Satta Flores del gioiellino dolceamaro di Scola, si pianti fuori dall’altero alloggio ad aspettare un sussulto della coscienza insieme ai palpiti dell’intenerimento. Come Totò con l’amata Maria nel panegirico di Tornatore. L’incipit segue, invece, le tendenze di punta portate ad effetto dallo stesso Muccino con L’ultimo bacio. A distanza di quasi vent’anni, l’affannoso crescendo di grida liberatorie frammiste ai soliti echi in chiave generazionale mostra la corda. A dispetto dell’arguta sceneggiatura, redatta a quattro mani con l’abile Paolo Costella, la vicenda dei tre amici per la pelle soffre d’inevitabili squilibri nello sforzo di convertire da una parte l’inerzia delle idee prese in prestito nello slancio dell’omaggio sincero e dall’altra l’ovvia analisi degli elementi ambientali nello stupore poetico dei riverberi introspettivi. Il dinamismo dell’azione rimedia agli sbadigli dovuti all’effigie del taedium vitae, ma paga lo scotto alle modalità esplicative mandate a tutta birra dalla tambureggiante colonna sonora con l’inedito composto per l’occasione da Claudio Baglioni.

Il carattere d’autenticità connesso alle ubbie e ai disincanti dell’ingenuo Paolo Onorato (Kim Rossi Stuart), piuttosto diverso a onor del vero dall’infermiere incarnato da Nino Manfredi in C’eravamo tanto amati, subisce l’impasse dell’iperbole musicale. A dispetto dell’indubbia competenza, suggellata dalla vittoria del Premio Oscar per La vita è bella di Roberto Benigni, l’esperto compositore Nicola Piovani stenta ad appaiare il ricorso alle parole delle canzoni strappalacrime all’attitudine di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente. Pierfrancesco Favino e Micaela Ramazzotti, sia pure degni di elogio ad aderire alle dicotomie della coppia fallace, che lascia Paolo con un palmo di naso, non sanno sottrarsi, in mezzo al putiferio della musica, alle lusinghe dell’assolo compiaciuto. L’incauta messa in scena delle aggiunte necessarie a eludere l’inconvenienza del déjà-vu, mettendo le carte in tavola con la comprensione della storia del cinema intenta ad alzare il livello dell’ostentato timbro stilistico, tradisce il richiamo sottobanco a La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.

Le virate epocali, con Tangentopoli e Mani Pulite sugli scudi, a differenza del trattamento frettoloso ed esornativo riservato al passaggio al nuovo millennio, restano la cosa migliore. Francesco Acquaroli – nei panni dell’intrallazzatore di grosso cabotaggio che intona Jamme, jamme – meritava maggior spazio: l’ombra pur immensa di Aldo Fabrizi non lo avrebbe oscurato se gli fosse stato concesso il numero di pose giusto. Ciò nonostante il montaggio dell’avveduto Claudio Di Mauro, già meritevole in 18 regali, riesce a raggrumare il senso specifico degli eventi personali e collettivi. Congiunti attraverso il valore drammatico dei movimenti di macchina a schiaffo. Che seguono le incertezze di Gemma (Micaela Ramazzotti) quando il triangolo affettivo tocca l’acme. L’agnizione conclusiva, con la breccia di speranza aperta per distinguersi dal cinismo bonario del modello originario, al contrario dell’autocitato L’ultimo bacio nell’esplicito rimando al finale sarcastico di Divorzio all’italiana, parla del diavolo ma non menziona dove tiene la coda. La pretesa di unire ne Gli anni più belli rigore ed emozione, tramite certi piani-sequenza sfoggiati per lasciare una traccia indelebile, palesa al limite una solidità artigiana. Aliena, coi fuochi d’artificio di Capodanno nell’ampollosa notte stellata, alle risposte empatiche dell’arte.

 

 

Massimiliano Serriello