Gli orrori di Lovecraft al cinema, dagli anni Sessanta ai Settanta

Howard Phillips Lovecraft, misconosciuto per anni, rivalutato e osannato nel secondo dopoguerra, nasceva centotrenta anni fa, esattamente il 20 Agosto 1890.

Allevato da una possessiva e protettiva zia che si prende cura di lui dopo che il padre muore di sifilide, cresce immerso tra libri epici, classici e scientifici, lasciati in eredità dal nonno paterno, rinchiuso in un mondo popolato da incubi feroci. Questo, sicuramente, ha inciso su quello che sarebbe diventato uno dei maestri dell’orrore su carta. Oggi è considerato lo scrittore horror americano più influente del XX secolo, nonchè uno dei precursori della fantascienza angloamericana: I suoi orrori cosmici, le entità aliene antiche e ostili, la paura dell’ignoto, i cadaveri rianimati e i rituali di magia nera riverberano attraverso il lavoro di ogni cronista del sovrannaturale. Il tema dominante dell’output di Lovecraft – che il mondo che percepiamo intorno a noi è solo un tessuto sottile teso sulla realtà vera e orribile che aleggia appena sotto – è una pietra miliare del genere horror sia nella letteratura che nei film. Attualmente, tante sono le produzioni cinematografiche che possono essere considerate dirette trasposizioni delle opere del “solitario di Providence” o che si ispirano più liberamente all’immaginario fantastico del grande scrittore americano, senza citarlo ma la cui influenza appare decisamente esplicita e si manifesta rievocando atmosfere, luoghi, personaggi, divinità o mostri. Ma quali elementi deve contenere un film per essere considerato lovecraftiano? I temi sono: l’orrore per lo spazio cosmico, profondo, generato dal senso di vastità ignota abitata da esseri mostruosi; il culto dei grandi antichi, divinità dai nomi impronunciabili che dimorano sotto le montagne, negli abissi marini o nello spazio e che sono ostili al genere umano; l’esistenza di un’altra dimensione, la cui porta, una volta aperta, offre accesso a creature che invadono il nostro mondo; una errata concezione della scienza, usata per scopi malvagi da uomini senza scrupoli o mentalmente instabili. Vediamo, di seguito, i primi titoli della cinematografia che cita direttamente i racconti dell’autore.

 

LA CITTA’ DEI MOSTRI (1963)

È Roger Corman, con La città dei mostri, il primo a servirsi di un’ opera di Lovecraft, nello specifico di Il caso di Charles Dexter Ward, dando così vita a uno dei suoi film più inquietanti. Il titolo richiama una poesia di Edgar Allan Poe, in quanto la produzione voleva mantenere una connessione con i film precedenti realizzati dal buon Roger.

Arkham, New England, 1765. La cittadina è sconvolta dalla scomparsa di alcune giovani donne e tutti gli indizi conducono al maniero del misterioso Joseph Curwen, sospettato di stregoneria. Dopo l’ennesima sparizione, la popolazione si reca al castello con l’intenzione di affrontare Curwen e di giustiziarlo sul rogo. Prima di morire, il nobile scaglia una maledizione su coloro che lo hanno condannato e sui loro discendenti. Centodieci anni dopo, nel 1875, giunge ad Arkham l’ultimo discendente diretto di Joseph Curwen, Charles Dexter Ward (Vincent Price), venuto con la moglie Ann (Debra Paget) a prendere possesso del vecchio castello ereditato dall’antenato. La gente del posto non lo accoglie bene, ancora memore delle sventure causate dal predecessore. Infatti la coppia nota da subito le evidenti deformità degli abitanti del luogo (qui, oltretutto, si trovano riferimenti a La maschera di Innsmouth e L’orrore di Dunwich). Una volta giunti al castello, Ward rimane ammaliato dal ritratto del suo antenato, al quale assomiglia come una goccia d’acqua e con cui si immedesima ogni giorno di più, fino a capire che il guardiano Simon Orne (Lon Chaney Jr.) è il vecchio assistente di Curwen. Orne lo convince a vendicarsi dei suoi assassini, uccidendone i discendenti. All’inizio l’influenza dello spirito di Curwen sul suo erede si limita alle ore notturne, ma, col passare del tempo, il controllo sul discendente diventa totale. Ward riesce anche a riportare in vita la moglie defunta di Curwen.

 

LA MORTE DALL’OCCHIO DI CRISTALLO (1965)

La morte dall’occhio di cristallo si ispira a The color out of space, sebbene vi siano numerose differenze con la storia di partenza. Un particolare salta subito agli occhi nei titoli di testa del film di Daniel Haller: per la prima volta nella storia del cinema compaiono il nome di H.P. Lovecraft e il titolo del racconto da cui il film è tratto.

Per parlarne riportiamo questo estratto dal saggio L’estraneo dietro lo schermo di Stefano Mazza, in Studi Lovecraftiani n. 4, del 2007: “Il film di Haller nacque sull’onda del successo de La città dei mostri e si possono riscontrare diverse similitudini fra le due pellicole. Innanzitutto anche questa storia si svolge in una Arkham decadente, nebbiosa, desolata e abitata da cittadini scontrosi quanto spaventati da orrori di cui non vogliono saperne nulla. L’estetica de La morte dall’occhio di cristallo rimane decisamente gotica nei paesaggi e nelle architetture e viene mantenuto anche il tema della suggestione da parte di un avo, in questo caso Corbin Witley, le cui gesta vengono ripetute dal successore, Nahum, il quale ne perpetra quindi le colpe, poiché mantiene vivo un antico e orribile segreto che però viene scoperto da un estraneo. A questi temi tipicamente horror si aggiungono diversi elementi fantascientifici, come il meteorite nascosto in cantina e i mutanti genetici, che emergono soprattutto nella seconda metà del film e che aderiscono maggiormente alla fantasia lovecraftiana con una forza visiva del tutto nuova e sbalorditiva per l’epoca: gli esseri mostruosi nascosti nella serra di Nahum sono davvero inquietanti e sembrano usciti da un’illustrazione di Karel Thole. Interessantissimo, oltre che ben rappresentato, risulta l’essere luminescente in cui si tramuta Karloff-Nahum dopo essere stato contagiato dal meteorite. Per l’appassionato lovecraftiano è certamente bella ed emozionante la vista della ‘Landa Folgorata’, che nessun altro film fino ad ora ha più rappresentato. Gli orrori scatenati dall’energia sconosciuta che Nahum cerca di domare e le sconfortanti degenerazioni che ne derivano sono un messaggio di preoccupazione verso gli effetti dell’energia atomica e degli esperimenti di irradiazione dell’allora nuova ingegneria genetica, le cui possibilità hanno sempre generato timore ed angoscia per gli esiti nefasti che possono generare sui corpi e sul comportamento degli esseri viventi. Unico connotato negativo di questo straordinario esordio alla regia di Haller è l’infelice scelta degli attori, Karloff a parte, che evidentemente non erano all’altezza dei ruoli affidati e a tratti riescono a limitare il ritmo e la credibilità della storia”.

 

LA PORTA SBARRATA (1967)

Diretto da David Greene, il film è tratto da un’opera incompiuta di Lovecraft, terminata poi da August Derleth, fondatore, proprietario ed editore della Arkham House.  In una piccola isola al largo della costa americana, i Whateley vivono in un vecchio mulino dove un misterioso essere sanguinante crea un’atmosfera di orrore. Dopo che i suoi genitori vengono uccisi da un fulmine, la giovane Susannah viene mandata a New York da sua zia Agatha, che vuole salvarla dalla maledizione di famiglia. Anni dopo Susannah, sposata, convince il marito a trascorrere una vacanza nel mulino abbandonato. Una volta sull’isola, i coniugi si trovano presto esposti all’ostilità di una banda di teppisti guidata da Ethan, il brutale cugino di Susannah. È chiaro che il passato della ragazza nasconde più di un orrore, e i buzzurri locali sembrano saperne più di quanto il loro silenzio lasci supporre.

A firmare la sceneggiatura è D.B. Ledrov, che mantiene molte delle caratteristiche delle opere dello scrittore di Providence: la realtà rurale, l’ostilità dei suoi abitanti, l’orribile segreto celato tra le mura di un decadente edificio, il confuso confine che separa il bene dal male. I riferimenti a Lovecraft si perdono però a partire dai primi istanti. Con lo spiegarsi della trama le atmosfere lovecraftiane sono trasportate su un piano ben più terreno, troppo lontane dai turbamenti psicologici, dalle paure ancestrali e dal maligno che arriva ad insidiare la normale quotidianità. La porta sbarrata racconta un piccolo angolo di mondo che, pur essendo vicino geograficamente alla moderna e scaltra New York, rimane infangato nella superstizione e nella paura. Il tema principale sono la famiglia e il male che può derivare dal degradamento di questa atavica istituzione. Il film viene vietato ai minori di diciotto anni, in quanto contiene numerose sequenze di angosciosa suspense, brutale e teppistica violenza, nonché di tentato stupro.

 

BLACK HORROR – LE MESSE NERE (1968)


Ennesima rivisitazione gotica ispirata a I sogni nella casa stregata, racconto appartenente al ciclo di Cthulhu. La pellicola, diretta da Vernon Sewell, priva la narrazione di tutti gli elementi più macabri, discostandosi notevolmente dalla visione dello scrittore.

L’antiquario Robert Manning si reca in Scozia presso la residenza di Craxted Lodge, ultima dimora del fratello recentemente scomparso. Scoprirá grazie al professor Marshe, esperto di occultismo, che il sinistro Morley, il proprietario della residenza, é il discendente della strega Lavinia, il cui culto é ancora attivo. Notevole il cast, con Boris Karloff nel ruolo di Marshe e Christopher Lee in quello di Morley, mentre Barbara Steele, indimenticabile nel suo look, interpreta Lavinia.

Prodotto dalla Tigon Production, è il quindicesimo film trasmesso nella stagione 1981-1982 dal leggendario programma televisivo Elvira’s Movie Macabre, presentato da Cassandra Peterson.

 

LE VERGINI DI DUNWICH (1970)

Tratto dall’omonima opera letteraria L’orrore di Dunwich, dello scrittore di Providence, vede al timone di regia Daniel Haller, ex scenografo di Roger Corman, il quale cura qui la produzione).

I macabri richiami agli incubi lovecraftiani ci sono, anche se un po’ si disperdono in favore di una messa in scena ricca di effetti psichedelici, mentre le invocazioni ad antichi pagani richiamano alla mente un altro film di quel decennio, ovvero The wicker man di Robin hardy, interpretato da Christopher Lee. Permeato da un’aurea di misticismo e da un’atmosfera ambigua, il film è un viaggio demoniaco che non risparmia nulla allo spettatore e che si muove sinistro e ombroso, proprio come le splendide e vittoriane scenografie che lo accompagnano.
Il nobile Wilbur Whateley, con antenati dediti alla stregoneria, è interessato a procurarsi una rara copia del Necronomicon, il libro maledetto dell’occulto, appena giunto all’ Università di Miskatonic. Ma il professor Armitage non è dello stesso avviso, allora Wilbur, con le sue doti ipnotiche, ne riesce a sedurre una allieva, Nancy, vergine attempata, attirandola nella sua villa per coinvolgerla in oscuri riti magici che hanno lo scopo di evocare le antiche divinità, un tempo dominanti sulla Terra.

 

Daniela Asmundo