Intervista esclusiva di Alessandro Cunsolo per MondoSpettacolo

Gloria Stefan, nata il 27 aprile 2000 in provincia di Treviso (Veneto), è insegnante e scrittrice con un’anima profonda e intensa. La scrittura per lei è terapia, un modo per attraversare il dolore, dare ordine al caos interiore e trasformarlo in narrazione. Con il suo debutto “Anima in fiamme” – raccolta di racconti thriller-psicologici frammentari, paratattici e urgenti, ispirati allo stile americano dell’eccesso – Gloria invita il lettore a immergersi senza fretta, fidandosi del flusso dei pensieri. Sul suo Instagram (@la_criptica), con un’estetica dark e criptica, condivide arte, riflessioni e un mondo interiore che affascina oltre 11.900 follower. In questa intervista esclusiva, Gloria racconta il suo percorso dalla scrittura terapeutica al libro pubblicato, l’insegnamento, l’estetica del suo profilo e i sogni futuri.

Gloria, complimenti per il tuo debutto con “Anima in fiamme”: nata nel 2000 in provincia di Treviso, come è nata la tua passione per la scrittura, e qual è stato il momento in cui hai capito che poteva diventare una forma di terapia per elaborare il dolore?

La passione è nata presto, come esigenza più che come scelta. Ero solo un’adolescente incompresa. Scrivevo per dare un nome a ciò che sentivo, e ho capito che era terapia quando, rileggendomi, il dolore faceva meno rumore: era stato attraversato, non evitato.

Sei insegnante: come concili l’insegnamento con la scrittura, e in che modo il contatto con gli studenti influenza i tuoi racconti o il tuo modo di osservare l’animo umano?

Insegno di giorno e scrivo quando posso, spesso di notte. Scrivo quando soffro. Gli studenti mi insegnano moltissimo sull’umanità: la loro fragilità, le loro maschere, le contraddizioni. Mi ricordano quanto siamo tutti incompleti, ed è da lì che nascono molte osservazioni nei miei testi.

“Anima in fiamme” è la tua prima opera pubblicata: raccontaci la genesi di questa raccolta – quali sensazioni reali hanno ispirato i racconti, e perché hai scelto uno stile frammentario e paratattico?

I racconti nascono da sensazioni reali: ansia, rabbia, senso di inadeguatezza, dissociazione. Lo stile frammentario e paratattico rispecchia il modo in cui quei pensieri arrivavano: spezzati, urgenti, senza ordine apparente. Non volevo addomesticarli.

Dici che i tuoi testi trovano senso solo nell’immersione profonda: come hai costruito questo ritmo – punteggiatura, respiro, flusso dei pensieri – e cosa provi quando un lettore “si fida” e arriva fino alla fine?

Ho lavorato molto su pause, silenzi e ritmo, lasciando che la punteggiatura seguisse il respiro emotivo più che la grammatica classica. Quando un lettore arriva fino alla fine sento gratitudine: significa che ha accettato di perdersi con me.

Ti ispiri allo stile americano dell’eccesso, autori che scrivevano per urgenza: quali scrittori o libri ti hanno influenzata di più, e come hai adattato quel approccio alla tua voce italiana?

Mi hanno influenzata autori come Charles Bukowski per il realismo privo di filtri e gli eccessi personali e Cormac McCarthy per l’urgenza e la crudezza. Ho cercato di portare quell’eccesso dentro una sensibilità italiana, più introspettiva, mantenendo però la stessa necessità di dire.

Il libro è dedicato a chi si sente fuori posto o “non abbastanza”: qual è stata l’esperienza personale che ti ha spinta a questo messaggio, e quali feedback hai ricevuto da chi si è riconosciuto nelle tue storie?

Mi sono sentita a lungo fuori posto, sempre un passo indietro o di lato. La dedica nasce da lì. I feedback più forti sono stati messaggi di chi mi ha detto: “sembrava che stessi scrivendo di me”. È il regalo più grande. Oppure: “Immaginavo le scene”.

Sul tuo Instagram @la_criptica hai un’estetica dark e misteriosa: come è nato questo profilo, e in che modo riflette la tua scrittura o la tua personalità “criptica”?

Il profilo è nato come spazio libero, senza strategia. L’estetica dark riflette il mio modo di sentire e di scrivere: non per posa, ma per coerenza. È un’estensione visiva del mio mondo interiore. Della mia anima.

La scrittura per te è trasformare il dolore in racconto: qual è stato il racconto di “Anima in fiamme” più difficile da scrivere, e quale ti ha liberata di più?

Il racconto più difficile è stato quello in cui ho dovuto guardare in faccia sensazioni introspettive e mie senza filtri. Il titolo è Pennarello. Quello che mi ha liberata di più è stato Il genio: chiudeva un ciclo, anche emotivo.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri: un nuovo libro (magari un romanzo), continuare con i racconti thriller-psicologici, progetti legati all’insegnamento o qualcosa di nuovo sui social?

Sto lavorando a qualcosa di meno lungo, ma più intenso. Continuerò ad esplorare il thriller psicologico, è quello il mio genere. Ho solo timore di non aver il coraggio di espormi così tanto, nuovamente. L’insegnamento resta centrale, i social uno spazio di dialogo autentico.

Ultima: se dovessi scegliere un solo post dal tuo Instagram o un frammento da “Anima in fiamme” per far capire a chi non ti conosce chi è Gloria Stefan – la scrittrice che dà ordine al caos interiore – quale sarebbe e perché?

Sceglierei un frammento di “Anima in fiamme” in cui scrivo che dal caos non si guarisce, ma si impara a starci dentro. È lì che sono io: nel tentativo continuo di dare forma a ciò che brucia. Non sempre però c’è un lieto fine. Ecco una frase che più amo: “Tutto scompare eccetto la paura. Piccoli ritratti che mutano il colore. I pennarelli con i quali stava dipingendo la sua vita non erano più colorati, non erano nemmeno neri o scuri, non erano e basta”.

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Fonte: Esclusiva Gloria Stefan per MondoSpettacolo.com
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