Gloria Stefan, nata il 27 aprile 2000 in provincia di Treviso, è insegnante e scrittrice. Per lei la scrittura non è soltanto una passione, ma una forma di sopravvivenza: un modo per attraversare il dolore, dare ordine al caos interiore e trasformarlo in narrazione. Dopo il debutto con “Anima in fiamme”, una raccolta di racconti thriller-psicologici frammentari, intensi e urgenti, torna con “Non so amare”, un libro ancora più personale, dove dipendenze, legami sbagliati, solitudine, fumo, memoria e rinascita si intrecciano in uno stile paratattico, crudo e lontano dalla tradizione classica dell’autrice italiana. Sul suo Instagram (@la_criptica), con un’estetica dark e criptica, condivide arte, riflessioni e frammenti del suo mondo interiore. In questa intervista racconta il rapporto con la scrittura, il nuovo libro, il fumo e le parti più vere di sé che ha lasciato dentro le pagine.
Gloria, dopo “Anima in fiamme” arriva “Non so amare”. Da dove nasce questo nuovo libro?
«“Non so amare” nasce da una riflessione molto personale. Ci sono momenti in cui pensiamo di non sapere amare nessuno, ma spesso il problema è che non abbiamo mai imparato ad amare davvero noi stessi. È un libro che parla di dipendenze, di legami sbagliati, di assenze, di dolore, ma anche di rinascita. Non volevo raccontare solo il buio. Volevo raccontare cosa succede quando, dopo essersi persi, si prova lentamente a tornare».
Il titolo è molto forte. Cosa significa per te “Non so amare”?
«Significa ammettere una ferita. Non è una frase detta con freddezza, ma con dolore. A volte chi dice “non so amare” in realtà ha amato troppo, male, senza misura, senza proteggersi. Nel libro questa frase diventa quasi una confessione, ma anche un punto di partenza: riconoscere di non sapersi amare è già il primo passo per cambiare».
Che rapporto ha questo libro con “Anima in fiamme”?
«“Anima in fiamme” era più legato al dolore nella sua forma bruciante, immediata. “Non so amare” invece scava più a fondo. È più maturo, più consapevole. Ci sono temi che ritornano, come le dipendenze, la salute mentale, le relazioni e la solitudine, ma qui volevo dare più spazio alla trasformazione. Non solo il male che ti distrugge, ma anche quello che, se riesci a guardarlo in faccia, può insegnarti qualcosa».
Nel libro torna anche Chloe. Perché hai scelto di riprendere la sua storia?
«Chloe è un personaggio che non aveva finito di parlare. In “Anima in fiamme” era già presente, ma sentivo che c’era ancora qualcosa da raccontare. In “Non so amare” torno da lei, dalla sua storia e da quello che ha lasciato. È come se alcune ferite avessero bisogno di una seconda parte per essere comprese davvero. Chloe rappresenta la memoria, l’assenza, ma anche tutto ciò che rimane dentro chi resta».
Uno dei temi centrali è la dipendenza. Che tipo di dipendenze racconti?
«Non racconto solo la dipendenza da una sostanza. Racconto anche la dipendenza da una persona, da un gesto, da un ricordo, da un dolore. A volte ci attacchiamo a ciò che ci fa male perché ci sembra l’unica cosa capace di tenerci in piedi. Il libro cerca di mostrare proprio questo: non tutte le dipendenze hanno lo stesso nome, ma molte nascono dallo stesso vuoto».
La sigaretta e il gesto del fumare hanno un ruolo importante. Perché?
«Perché il fumo non è sempre solo fumo. Io sono una fumatrice che sta smettendo, quindi so bene quanto non sia soltanto una questione di nicotina. C’è il gesto, il rituale, l’abitudine, quel modo di tenere ferme le mani quando dentro hai il caos. Mi interessava raccontare anche questo aspetto: la dipendenza fisica, certo, ma soprattutto quella emotiva. La sigaretta, nel libro, diventa quasi un linguaggio. Dice qualcosa che spesso non si riesce a dire a parole».
Nel libro compare Berlino. Che rapporto hai con questa città?
«A Berlino ci sono stata, e credo sia una città che ti rimane addosso. Non l’ho scelta a caso. Ha qualcosa di bellissimo e ferito allo stesso tempo: un cielo spesso basso, strade vive, angoli pieni di storia, locali, silenzi, contraddizioni. Nel libro Berlino non è solo uno sfondo, ma diventa quasi uno stato mentale. È una città in cui puoi perderti, ma anche guardarti davvero».
Quanto c’è di te in “Non so amare”?
«C’è molto di me, anche quando non sembra. Non tutto è autobiografico in senso stretto, ma molte sensazioni sono reali. Soprattutto nel secondo capitolo ci sono parti molto mie: riflessioni, fragilità, immagini, pensieri che nascono da qualcosa che conosco. Scrivere per me è la mia vita, non è solo una passione. È il modo in cui do un ordine al dolore, alle domande, alle cose che non riesco sempre a dire ad alta voce».
Il tuo stile è molto diretto, ma anche poetico. Come lo definiresti?
«Il mio stile è paratattico, frammentario, istintivo. Non scrivo come una classica autrice italiana, e questa cosa la sento molto mia. Mi interessa che una frase arrivi, che colpisca, che dica qualcosa di vero. A volte uso frasi brevi, quasi crude, perché il dolore non sempre parla in modo ordinato. Altre volte invece ho bisogno di immagini più poetiche, più visive. Mi piace unire la ferita alla bellezza, perché spesso nella vita sono molto più vicine di quanto pensiamo».
Dopo “Non so amare”, cosa ti aspetti dal tuo percorso di scrittrice?
«Mi aspetto di continuare a scrivere con verità. Scrivere è la mia vita, e non voglio farlo per costruire qualcosa di perfetto, ma qualcosa di vivo. Mi interessa raccontare le parti più fragili dell’essere umano: quelle che spesso vengono nascoste, giudicate o rese brutte. Io invece credo che anche lì ci sia qualcosa da ascoltare. E finché sentirò questa necessità, continuerò a scrivere».






