La cifra stilistica ed espressiva dell’ispirato regista tedesco Veit Helmer consiste nel convertire il bozzettismo evocativo in fulgida poesia.
Ed è la capacità di razionalizzare l’assurdo, ad appannaggio d’ogni slancio elegiaco volto a trascendere lo scandaglio introspettivo affidato ai solerti guizzi in grado di suggerire la varietà semantica d’una vicenda dapprincipio semplice, che dona ad un anziano paria costretto sulla sedia a rotelle nell’affresco visionario Gondola l’ebbrezza catartica del volo.

Come nei previ apologhi sull’egemonia dei carezzevoli sogni sugli spaventosi incubi a occhi aperti The bra – Il reggipetto e Tuvalu, contraddistinti dalla virtù delle location elette ad attanti narrativi colmi di significati profondi di riempire gli spazi vuoti lasciati dall’assenza dei dialoghi a beneficio della densa scrittura per immagini, la geografia emozionale suggella una lirica ed empatica aspirazione di Vita. Connessa all’arte della pantomima. L’infausto rischio di pagar dazio a una scoperta dell’alterità troppo programmatica ed esile per andare oltre i limiti dell’inane ottica semplicistica, che taglia il succo della storia con l’accetta dell’inane mestierante scindendo nettamente i buoni dai cattivi, è scongiurato quindi tanto dai modi di reagire alle difficoltà in relazione ai paesaggi riflessivi limitrofi quanto dalla destrezza dell’intenso gioco fisionomico chiamato ancora in causa. La location in Georgia in un posto fuori dal tempo dove due cabine s’incrociano quotidianamente elude l’impasse dei territori esornativi connotando subito l’emblematico quadro rurale sito sotto la funivia coi contadini che si tolgono il cappello per mostrare la debita deferenza alla bara trasportata dall’alto. L’inquadratura reiterata, ai limiti dell’infecondo chiodo fisso, degli ingranaggi che fanno scorrere i cavi traenti ai quali entrambe le cabine sono agganciate per mezzo delle apposite morse, delegate ad accrescere l’attrito necessario al compiuto movimento d’ambedue i veicoli appesi alle funi, richiama alla mente gli applauditi capolavori del cinema muto, da A me la libertà di René Clair sino all’inobliabile Tempi moderni di Charlie Chaplin, e sembra perciò cadere nell’accidia delle idee scopiazzate dai nani sulle spalle dei giganti.

La limitante sensazione di déjà vu cede presto il passo all’utilizzo peculiare del grandangolo nella ripresa della stazione dell’impianto di risalita gestito da un energumeno appassionato di scacchi, che l’impiegata Iva manda sistematicamente in bianco, insieme all’arguzia di mettere a fuoco sia gli elementi in evidenza sia quelli relegati sullo sfondo. La cura dei dettagli, inclusi i dispetti indirizzati a distanza verso la nuova conducente Iva, prima di convertirli step by step in teneri gesti d’intesa, sanciti da qualche tenero camuffamento allestito a dispetto dell’iroso principale, riesce ad appaiare il misurato linguaggio dei gesti, mai sovraccarichi, e quello degli indicativi macchinari. La prontezza di anteporre l’assoluta forza significante degli esami comportamentistici all’impasse degli stereotipi sulle marionette sprovviste della parola innesca grazie al prodigo carattere d’ingegno creativo l’attitudine pittorica di scrivere con la luce convertendo, soprattutto nelle cornici crepuscolari, i meri meriti formali in pregnante ragguaglio contenutistico. Nondimeno il mutamento della crudezza oggettiva in sensibilità perlustrativa, sulla scorta della componente luministica utilizzata per mandare a carte quarantotto qualsivoglia zona d’ombra, si esaurirebbe nel pleonastico impatto estetizzante, giustapposto alla prevedibile stravaganza dei segni d’ammicco congiunti all’inesausta comunicazione non verbale, se il suono proveniente dalle fonti interne al racconto non toccasse un punto nevralgico sul versante dell’estro perlustrativo.

Raggiungendo lo zenith col concerto dei bicchieri, conseguito tramite l’alacre vibrazione del bordo bagnato, e con l’armonico accordo delle note dell’affabile violino. Mandato in frantumi dal maligno supervisore. La tenera attrazione crescente delle guidatrici decise altresì a dare al drop out che non può camminare la sensazione di volare, volteggiando in aria, agganciato ai cavi metallici, appare scevra da qualsivoglia volgarità. L’intero cast compendia le doti di spontaneità alla prontezza d’inchiodare l’attenzione degli spettatori con gli eloquenti silenzi. Impreziositi dallo scambio ormai pienamente complice d’invaghiti ed epidermici sguardi. L’attenta composizione scenografica, che veicola la dinamizzazione degli eventi frammisti al tran tran giornaliero mediante l’opportuna interazione tra interni simbolici ed esterni panteisti, individua la metafora adeguata all’ordine naturale delle cose nel fascio di steli di grano destinato ad accogliere, ed ergo a trarre in salvo dal bieco sabotaggio ordito dal boss arrivato al capolinea, le prodighe chauffeur di ciascuna cabina. Promossa a barca degli innamorati pure da una dolce coppia in erba. La propensione di Veit Helmer per il realismo magico, conforme all’affrancamento dagli stilemi dei pur riveriti maestri del passato, sollecita il pubblico a ricavare pienamente linfa dalla facoltà di guardare, sentire e fantasticare. Gondola, accorpando infatti i tocchi d’ironia mordace ai colpi d’ala dell’autore che dilata man mano ad hoc i confini ravvisabili nella contemplazione del reale, trasforma un ritratto in apparenza approssimativo in un componimento risolutivo di eloquente freschezza.
