Assolutamente da non confondere con l’omonima contemporanea co-produzione tra Polonia e Regno Unito diretta da Jan Komasa, è dagli Stati uniti che proviene Good boy, primo lungometraggio a firma del Ben Leonberg in precedenza autore soltanto di short e videoclip.
Lungometraggio che, semplicemente, porta in scena il cane Indy – in evidente omaggio a quello di George Lucas che ha suggerito il nome per lo spericolato archeologo interpretato da Harrison Ford – e il suo proprietario Todd, il quale ha lasciato la vita cittadina e si è trasferito in una casa di famiglia in campagna, da tempo abbandonata.

Il Todd che sappiamo essere incarnato da Shane Jensen ma che non vediamo mai in volto, come pure le altre poche figure umane che popolano la oltre ora e dieci di visione.
Perché l’obiettivo dell’operazione è quello di raccontare attraverso l’amico a quattro zampe una storia a base di abitazione stregata, essendo esso l’unico in grado di vedere e percepire avvenimenti fantasmagorici legati ad un altro cane morto da tempo.

Se vogliamo, quindi, siamo nell’ambito di una “variante animalista” di Presence di Steven Soderbergh, che ha raccontato una ghost story dal punto di vista della presenza, e di Skinamarink – Il risveglio del male di Kyle Edward Ball, rappresentazione dell’angoscia e del disorientamento che caratterizzano gli incubi infantili.
Con pochi dialoghi, però, a differenza delle due citate opere Good boy non punta a sfruttare principalmente le soggettive, mostrandoci anzi Indy che, irritato dagli angoli vuoti della dimora e impegnato a seguire l’entità invisibile, non manca di manifestare il proprio affetto nei confronti di Todd, sapendo che è in agguato una forza maligna intenzionata a trascinarlo nell’aldilà.

E, mentre a dominare il tutto è un’atmosfera efficacemente cupa, non poco inquietanti si rivelano le spettrali apparizioni di un esperimento in fotogrammi che lascia inoltre intravedere nell’ambito di televisori accesi le immagini dei vecchi cult horror Carnival of souls di Herk Harvey e Mutant di John “Bud” Cardos.
Pellicole il cui inserimento ha una valenza da sottotesto metaforico in Good boy, visivamente nient’affatto male nella sua economia generale ma, in fin dei conti, guardabile e non troppo esaltante esercizio di stile in salsa film di fantasmi atto a concretizzarsi in allegoria da schermo relativa alla malattia.
