Armato di detonatore, Sam Rockwell irrompe una sera come tante all’interno di un diner e, spiegando ai presenti che proviene dal futuro, apre le oltre due ore e dieci minuti di visione che costituiscono Good luck, have fun, don’t die, diretto dal Gore Verbinski cui dobbiamo, tra gli altri, il The ring made in USA e i primi tre capitoli del franchise Pirati dei Caraibi.
Individuo senza nome, si cimenta in un lungo monologo precisando che è la centodiciassettesima volta che torna indietro nel tempo nel tentativo di reclutare un gruppo di del tutto improbabili e impreparati avventori insieme ai quali cercare di fermare l’imminente apocalisse dell’intelligenza artificiale e salvare l’umanità dai pericoli dei social media.

Perché il progresso si definisce tale solo se migliora cose, altrimenti è un errore… quindi, una volta superato il prologo, la narrazione si alterna tra flashback relativi al passato delle persone coinvolte e la loro attuale lotta per la salvezza al fianco del bizzarro tizio in un presente distopico. Persone spazianti da Asim Chaundry ad una Haley Lu Richardson che si rivela allergica ai cellulari e al segnale wi-fi, passando per una Juno Temple che fa clonare il proprio figlio morto e per Michael Peña e Zazie Beetz, alle prese con i giovani impazziti in quanto gli algoritmi hanno ormai consumato i loro cervelli. E, se questi ultimi non possono fare a meno di apparire in qualità di moderna variante degli zombi, è evidente che i momenti che li riguardano – con tanto di assedio nei confronti dei protagonisti – strizzino l’occhio a La notte dei morti viventi di George A. Romero. Non l’unico classico della Settima arte di genere che Good luck, have fun, don’t die tende ad omaggiare, se pensiamo al palese rimando a Terminator per quanto riguarda l’uomo venuto dal futuro interessato a cambiare il destino del mondo e al fatto che, sebbene il tutto sia attraversato da una forte venatura di black humour, ad essere sfornata tramite l’operazione è una feroce critica di taglio sociale (e fortemente pessimista) non distante da quella che già nel 1956 venne fornita dalla pietra miliare della fantascienza L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel.

D’altra parte, come in quel caso avevamo malvage entità aliene pronte a sostituirsi agli esseri umani in aria di metafora anticomunista in periodo di Guerra Fredda, qui la cosiddetta AI viene descritta (giustamente) in qualità di riflesso distorto e deviato di ciò che siamo. Man mano che, tra soggetti mascherati mossi da tutt’altro che buone intenzioni e una notevole dose di spettacolarità, il folle script ricco di trovate a firma del Matthew Robinson sceneggiatore di Dora e la città perduta e Love and monsters non solo arriva a sfiorare l’horror, ma sfocia a suo modo in una bizzarra variante delle pellicole a base di creature giganti. Fino al twist ending atto a chiudere Good luck, have fun, don’t die, talmente coinvolgente, divertente e intelligente da non risultare soltanto la maggiormente riuscita prova registica verbinskiana insieme a La cura dal benessere, ma anche uno dei migliori titoli da grande schermo partoriti in questi anni Venti del XXI secolo grazie alla sua capacità di essere originale e mai prevedibile nonostante l’abbondanza di citazionismo cinefilo (e non solo) a cui ricorre, compresa un’estetica proto-Terry Gilliam.
