La sfida per l’ambizioso ma avventizio attore nippo-francese Akihiro Hata, passato dietro anziché davanti la stimolante macchina da presa al fine di lasciare il segno sin dall’esordio in cabina di regia col thriller
avveniristico Grand Ciel, consiste nel riuscire ad accorpare gli stilemi dei film d’impegno civile, puntando i fari sui rischi comportati anche in un ipotetico futuro oltralpe all’apparenza rassicurante dalla reazione balcali-aggregato – conosciuta come ASR, Alkali-Silica Reaction – all’interno dei cantieri delegati alla costruzione degli ecoquartieri, insieme a un sincretismo espressivo piuttosto azzardato.
Giacché attinto ad alcuni tratti distintivi diametralmente opposti tra loro. Dalla crudezza oggettiva del realismo sociale caro al guru britannico Ken Loach, aedo per antonomasia della working class britannica, alle apprensioni d’ordine filosofico ed esistenziale in merito all’avvenire degli insediamenti urbani imperniati da una parta sui princìpi fondamentali della sostenibilità e soggetti dall’altra nella fase di costruzione all’insorgere atroce del cancro del cemento.

Nella scrittura per immagini, contraddistinta dal grigiore morale tipico degli scenari cupi avvolti dalle canoniche luci al neon, emergono ulteriori input ricavati da elementi segnaletici ed evocativi degni di nota seppur discordanti. Tipo la capacità di scrivere con la luce attinta allo scopo di evidenziare l’interazione tra l’efferatezza interiore e lo splendore esteriore. Al pari dell’attitudine dei thriller, sprovvisti del carattere d’ingegno creativo degli autori tout court, a convertire in un ammiccante coefficiente spettacolare qualsivoglia ragione d’inquietudine, concernente nel caso in questione lo sforzo di garantire in itinere ed ex post una considerevole riduzione dei consumi vanificati ex ante nella progettazione e posa in opera dalla funesta reazione alcali-aggregato, che va ad avvicendarsi al dramma della psicopatologia contemplata dal cinema del terrore e alla sensazione claustrofobica connessa all’atmosfera dispotica degli apologhi sull’instabilità emotiva. Il contrasto speculare del titolo con l’oppressione che permea l’area di costruzione notturna, per cogliere sul serio la difformità tra l’apparenza brillante – legata ai progetti all’avanguardia sulla sinergia di rigenerazione urbana ed efficienza energetica – e il fosco controcampo dovuto alla manifestazione della ASR che manda a carte quarantotto l’ormai esile resistenza a trazione del calcestruzzo, necessita dell’assoluta maestria di convertire i valori figurativi in valori introspettivi. Nell’incipit il tema in ballo, anziché nutrirsi di fulgide ed epidermiche suggestioni visive per esibire lo sguardo in profondità dell’attore desideroso di affermarsi in veste d’autore sul dualismo delle soluzioni a basso impatto ambientale coinvolte ugualmente con la cementificazione assassina a dispetto della pratica ritenuta risolutiva dall’economia circolare nel settore edile dell’utilizzo di detriti da demolizione e costruzione per la produzione di nuovo calcestruzzo, sembra veleggiare sull’infertile superficie. Il frastuono introduttivo della smerigliatrice che taglia le sbarre di ferro, dei martelli demolitori appaiati agli escavatori, per piegare l’allarmante cemento armato preesistente, delle macchine per la perforazione e la palificazione in un primo momento indirizzano Grand Ciel sui binari dell’evocazione del mistero che aleggia nell’aria. Viziata dal degrado chimico del calcestruzzo. Attanagliata dall’improntitudine del caporale di turno che impartisce ordini perentori e contraddittori. Ghermita, alla stregua degli indicativi rumori intradiegetici, dalla componente cromatica. Col ricorso programmatico al chiaroscuro che esula dall’erudita solerzia di scrivere davvero con la luce.

La componente luministica, per l’appunto, sebbene orientata in filigrana a conferire intensità immersiva allo sgomento del buio e all’ambivalente sentimento di terrore/attrazione nei confronti dell’enigma da svelare man mano mediante gli appositi spiragli di luce, tradisce la deleteria penuria dell’opportuna vibrazione visiva. Ugualmente i suoni che fungono da battistrada per le dinamiche relazionali degli operai impiegati nella realizzazione del quartiere moderno, immischiato però indirettamente obtorto collo nella vetusta licenziosità delle magagne coperte dall’indefessa omertà aziendale, pagano dazio all’ovvia fusione manieristica di due applicazioni concettuali agli antipodi. Invece di concentrarsi sulla verità interiore dell’espansione urbanistica e della condizione manovale dinanzi alla sistematica ed empia omissione da parte dei piani alti. L’assunto, ispirato al fatto di cronaca di undici anni or sono inerente la sparizione d’un lavoratore interinale privo dei documenti di riconoscimento impantanato sul momento in una sorta di zona d’ombra sul versante del riscontro giudiziario, procede quindi ben distante dall’approfondimento dell’intrinseco rapporto tra immagine e immaginazione. Necessario ad amalgamare l’egemonia dell’allegoria degli incubi esacerbati dal falso progresso dei colossi tecnologici sulla disadorna concretezza della critica alla mancata adozione delle debite misure di sicurezza. Per sopperire ai pericoli ravvisabili nelle neoplasie causate dall’inalazione di fibre di amianto presenti nei materiali da costruzione. In tal modo la giustapposizione degli interni opprimenti con gli esterni intrisi di flebile speranza, delle angolazioni sbilenche degli ecoquartieri in divenire con l’appartamento col triplo vetro esposto al sole, a un tiro di schioppo dal cantiere in ballo, avvinghiato nelle tenebre dell’abietto occultamento, dove l’immusonito operaio Vincent desidera piantare radici con la famiglia, per garantire al sangue del suo sangue di crescere in un posto sulla carta sereno, adatto quindi allo sviluppo cognitivo del figlioletto, punge lo stesso sul vivo. Rileggendo tuttavia la mesta faccenda dell’operaio Mamadou Traoré sulla scorta dell’inidonea contaminazione dei generi. L’evocazione della sparizione, in realtà risolta dall’investigazione portata a termine dalla Confederazione Generale del Lavoro, riletta sul piano dell’alienazione, viceversa va decisamente a caccia di grilli. Alla medesima stregua dell’effigie reiterata degli elmetti di rito, per proteggere la testa, dei pantaloni coi risaputi rinforzi sulle ginocchia, dei giubbotti ad alta visibilità, per non confondersi con la penombra, del locale mensa, dei corridoi, degli ascensori in cui gli occhi sono rivolti nel nulla, delle vie di accesso alle gettate di cemento, delle feste stranianti ed effimere lontano dalle stanze dei bottoni.

Con l’ingannevole color bianco sugli scudi a simboleggiare platealmente il menzognero candore. Ad alzare l’asticella, dando maggior consistenza al peso del racconto, provvede estemporaneamente la destrezza di generare suspense tramite i rumori minimi. Istintivamente associati dagli spettatori dai gusti semplici ai pericoli imminenti. Al pubblico munito di licenza media la voluttà autoriale dei suoni distanti e ovattati, in quanto provenienti dagli uffici sordi alle legittime proteste per l’assenza di misure di sicurezza adeguate nell’imperante processo di degrado chimico, al contrario, apparirà a lungo andare lapalissiana. Senza un autentico clima di mistero, né una cifra stilistica scevra dall’impasse dei nani sulle spalle dei giganti avvezza a togliere al visibile per aggiungere all’invisibile, ed ergo all’arcano da svelare step by step, il timor panico degli operai e dei caporioni di piccolo cabotaggio di fronte all’ispezione risulta d’ordinaria amministrazione. L’avvicendarsi degli scontati suoni diegetici ed extradiegetici, con lo squillo del cellulare che tiene sul pezzo Vincent al quale i superiori chiedono di mettere in riga i colleghi in procinto di denunciare il marcio coi picchetti di protesta, mira ad avvolgere le decisive battute conclusive negli sviluppi imprevisti cari ai Maestri del brivido. Akihiro Hata, lungi dal saper personificare il Rischio e l’Allarme per mezzo dell’invisibilità dei guru dell’antiretorica, trascina nondimeno all’atto pratico le spire del mistero sul piano teorico nelle secche dell’inane ridondanza. La sobria performance di Damien Bonnard nei dimessi panni dell’afflitto Vincent, con la maschera più imbambolata ché ingrugnata persino quando l’ometto è chiamato a sorridere ipocritamente in mezzo ai colleghi per la reclamistica fotografia di gruppo nella zona attigua alle stanze dei bottoni in cui i giubbotti ad alta visibilità divengono pleonastici, non cambia d’una virgola l’impaccio della giustapposizione degli stilemi agli antipodi nell’approssimarsi all’alienazione e alla sottrazione di stampo poetico. L’antidoto ideale contro i miasmi del cancro del cemento che nell’epilogo divenuto febbricitante prende alla gola Vincent. Allarmato dai continui colpi di tosse. Giunto sulla via di Damasco in zona Cesarini per salvare gli ennesimi innocenti dalla nube tossica. Il bisogno di vederci chiaro rispedito al mittente dall’immagine delle gru che troneggiano nel fittizio paradiso in costruzione, sulla base del plastico architettonico in miniatura ghermito in precedenza dallo scontato carrello in avanti, lascia molto poco all’immaginazione. Il paesaggio riflessivo, percorso precedentemente dal riverbero dell’alba sull’oscurità e alla prova del nove dalle luci di avvertimento delle gru, manca dell’indispensabile sottigliezza dell’aura ascetica. La prevalenza del poeticismo ai limiti dell’irreparabile ridicolo involontario rispetto alla poesia che razionalizza l’assurdo, consentendo all’opera d’introspezione di snudare l’inferno nascosto dietro la parvenza paradisiaca e costringere le platee refrattarie a capire realmente il rischio comportato oggi dell’invisibilità del Bene e del Male nascosti dalle nubi funeree, indirizza Grand Ciel nel novero dei velleitari affreschi d’impegno civile retrocessi a fragili strumenti d’intrattenimento che, nella convinzione d’imporre la presunta sensibilità artistica dei debuttanti autori allo sbaraglio, trapiantano nella fatua dimensione spazio-temporale del mefistofelico cantiere l’istigazione abituale alla noia monumentale.
