Green border: Agnieskza Holland sul confine polacco-bielorusso

Forte dell’avvertita tenuta stilistica, maturata in quasi mezzo secolo dietro la macchina da presa scandagliando spesso sin dai tempi di Raccolto amaro ed Europa Europa le peripezie intime vissute dalla popolazione civile durante l’uragano di sangue e di fuoco della Seconda Guerra Mondiale, l’esperta regista polacca Agnieskza Holland affronta con Green border la cifra dell’odio e dell’amore in funzione alla funesta attualità.

La proverbiale scrittura per immagini, che dà il proprio meglio nell’interazione tra habitat ed esseri umani e nella valenza altresì simbolica delle sequenze notturne, rifugge dalle mere rifinitezze per mettere in luce le zone d’ombra dell’acre presente.

L’uso del bianco e nero, impreziosito dall’apposita scala di sottili grigi concepita dall’arguta fotografia, contribuisce ad approfondire il dramma dei rifugiati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente convertendo da copione i motivi figurativi in opportuni ragguagli psicologici. Lontanissima dalle infeconde tiratele moralistiche, inclini a cadere nelle banalità scintillanti dell’inane propaganda, l’impronta antropologica ed etnologica richiama alla mente quella con la quale l’energica ed erudita Holland seppe immergere gli spettatori più avveduti nell’estrema durezza del contesto di Raccolto amaro. Pure l’effigie talora minacciosa dei boschi della Bielorussia trasmette alle platee bramose di visioni d’autore un senso di gradito déjà vu dal sapore postmoderno. Il tappeto steso sul prato per pregare Allah, la solennità congiunta al vigore espressivo delle illusioni tradite strada facendo e al dinamismo dell’azione, col cuore in gola per paura di pagare dazio allo zelo delle guardie di frontiera, prendono le distanze dalla pigrizia degli spunti attinti all’altrui estro.

La cura dei dettagli e i sagaci movimenti di macchina, in grado di svelare gli sguardi scambiati di soppiatto nella speranza di varcare la porta d’accesso conforme da una parte all’ordine naturale delle cose e dall’altra all’autocrate diniego, sono totalmente farina del sacco dell’alacre Agnieskza. Attenta pure ad adeguare la densità narrativa dell’opera a mosaico, con parecchie vicende minimaliste che fungono da valido corollario diegetico, alla debita crudezza oggettiva d’ascendenza neorealista. Lo specchio della realtà come indissolubile punto di partenza riesce così ad animare l’ampia gamma espressiva rinvenibile negli occhi in cui si legge la triste rassegnazione, nel cipiglio di chi invece non cede d’una virgola dinanzi all’imprevista catena degli eventi, nella prestanza persino spettacolare della suspense che conferisce linfa alle varie ragioni d’insicurezza. Diametralmente opposte rispetto all’aura contemplativa pronta, sulla scorta della pienezza poetica, a ridurre al lumicino l’inutile enfasi delle scene-madri. La suddetta tecnica di ripresa non tradisce però alcun impaccio in tale direzione. Quantunque il mix di tempeste emotive e note ironiche, svelte comunque a sopperire alla retorica manicheista dei buoni sentimenti tenuti sotto scacco nelle fughe a perdifiato lungo l’emblematico filo spinato, stenti ad andare oltre l’effigie un po’ ovvia dei volti o sconcertati o determinati a raggiungere l’obiettivo prefisso.

L’impegno degli attivisti delle Ong non batterebbe chiodo se il controcampo fornito dal pluralismo delle diverse prospettive, con alcuni soldati intenti a comunicare con gli occhi messaggi degni di rilievo, non garantisse all’atmosfera delle inquadrature, specie dei frequenti piani ravvicinati, l’apporto dell’altalena degli stati d’animo. L’epilogo, all’insegna della solidarietà nei confronti dei rifugiati ucraini e del brano Mourir mille fois cantato da una gioventù sostenitrice delle intese multiculturali, cementa l’inno alla speranza al termine di calvari incanalati negli ammiccanti corsi e ricorsi storici. La scelta degli interpreti, tutti persuasivi, nei panni sia dei pezzi di ghiaccio posti al controllo della agognata linea di demarcazione territoriale sia degli esuli coi nervi tesi come corde di violino, risulta assolutamente azzeccata. Green border merita quindi un unanime plauso per aver saputo combinare lo spettacolo della recitazione, caro al pubblico dai gusti semplici, con il carattere d’ingegno creativo cementato dal piglio d’autrice sempre sul pezzo. Nulla di trascendentale. Ma basta e avanza per assicurare una visione scandita dal richiamo dell’avventura insieme al taglio solido dell’apologo sulla sensibilizzazione collettiva.

 

 

Massimiliano Serriello