Se nel 2020 Greenland raccontò come cercare di evitare la fine del mondo, il suo sequel Greenland II – Migration intende mostrare cosa accade dopo, quando sopravvivere non basta più e la vera sfida diventa tornare a vivere.
Ma, procedendo in ordine, sotto la regia del Ric Roman Waugh autore di Attacco al potere 3,che torna anche qui dietro alla macchina da presa, avevamo fatto conoscenza con un Gerard Butler ingegnere edile che, padre del piccolo Roger Dale Floyd e in crisi con la moglie Morena Baccarin, si trovava dinanzi alla pericolosissima minaccia di una cometa che si abbatte contro l’umanità.

Una vicenda che sembrava riallacciarsi al filone fantascientifico comprendente, tra gli altri, il Meteor di Ronald Neame, l’Armageddon – Giudizio finale di Michael Bay e i televisivi Quantum apocalypse di Justin Jones e Meteor apocalypse di Micho Rutare. Almeno dalle premesse, in quanto, a differenza di quel che si poteva immaginare, non fu affatto sull’intrattenimento da elaborata effettistica digitale che puntarono in maniera esclusiva le quasi due ore di visione. Infatti, sebbene lo sguardo fosse rivolto in maniera evidente al cinema catastrofico di Roland Emmerich (in particolar modo a 2012), era soprattutto nella fase conclusiva di Greenland che veniva relegata la spettacolarità a suon di distruttiva pioggia di frammenti celesti.

Con la risultante di un dramma riguardante la disgregazione familiare immerso in salsa disaster movie che, pur movimentato e guardabile, possedeva per lo più il respiro di un prodotto televisivo. E in Greenland II – Migration, collocato cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke che ha devastato la Terra,è proprio il movimento ad aumentare; man mano che tornano in scena i già citati Butler e Baccarin e che, però, a ricoprire il ruolo del figlio è stavolta il Roman Griffin Davis di Jojo Rabbit. Sopravvissuti alla devastazione, i tre si rifugiano in un bunker in Groenlandia, ma si vedono costretti a tornare in superficie quando anche quell’ultimo baluardo viene distrutto. Fuori, però, non vi è altro che un pianeta ferito segnato da continue catastrofi climatiche e da un’umanità ridotta allo stremo, dove i tre si avventurano in una disperata migrazione attraverso un’Europa congelata e ostile al fine di raggiungere la Francia; perché lì, a quanto pare, esiste un posto in cui ricostruire la civiltà.

Da quella che nel primo film era un’emergenza globale si passa dunque qui ad un’odissea apocalittica intima la cui meta è il cratere di Clarke, passando per Londra e per zone di guerra. Una colossale onda, altri incandescenti residui in caduta dal cielo e abbondanza di CGI (non molto esaltante, in verità) fanno il resto in Greenland II – Migration, un survival movie che, oltretutto, si gioca la carta della tensione nella sequenza del ponte tibetano. Un survival movie che, pur risultando più godibile e veloce rispetto al suo predecessore, approdante ad un finale strappalacrime piuttosto prevedibile riconferma soltanto che ci troviamo dinanzi ad una saga cinematografica abbastanza irrilevante.
