Greenland: un disaster di famiglia

Nel corso dei primi venti minuti di Greenland conosciamo un Gerard Butler – figurante anche tra i produttori – ingegnere edile, padre del piccolo Roger Dale Floyd e in crisi con la moglie Morena Baccarin; poi abbiamo la pericolosissima minaccia di una cometa che si abbatte contro l’umanità.

Perché le circa due ore di visione sembrerebbero riallacciarsi al filone fantascientifico comprendente, tra gli altri, il Meteor di Ronald Neame, l’Armageddon – Giudizio finale di Michael Bay e i televisivi Quantum apocalypse di Justin Jones e Meteor apocalypse di Micho Rutare.

Almeno dalle premesse, in quanto, a differenza di quel che si possa immaginare, non è affatto sull’intrattenimento da elaborata effettistica digitale che puntano in maniera esclusiva le quasi due ore di visione messe in piedi da Ric Roman Waugh, già al servizio di Butler per Attacco al potere 3.

Infatti, sebbene lo sguardo sia rivolto in maniera evidente al cinema catastrofico di Roland Emmerich (in particolar modo a 2012), è soprattutto nella fase conclusiva che viene relegata la spettacolarità a suon di distruttiva pioggia di frammenti celesti.

Chi credeva di trovare in Greenland, dunque, un classico disaster movie tempestato di imponenti edifici pronti a cadere in pezzi e situazioni adrenaliniche da lungometraggio d’azione butleriano rischia non poco di rimanere deluso, considerando che il genere, in realtà, fa qui soltanto da sfondo a quello che si rivela un dramma riguardante la disgregazione familiare.

Un dramma che, a partire dalla tesa sequenza dell’imbarco sull’aereo dei “selezionati”, il regista costruisce comunque privilegiando un movimento senza tregua, complice una macchina da presa tenuta raramente ferma.

Movimento che genera grazie alla progressiva discesa nella follia delle persone in cerca della via di salvezza che i tre protagonisti sono destinati a incontrare sulla propria strada fotogramma dopo fotogramma, tra individui armati e altri a quanto pare mossi da intenzioni decisamente discutibili.

Quindi, sorvolando su un fastidioso buonismo politically correct tipico della Hollywood del terzo millennio (vedere per credere: dei personaggi di colore tirati in ballo non ve ne è uno malvagio) e forniti della consapevolezza che non ci troviamo dinanzi all’ennesimo pop corn movie fanta-futuristico mirato alle facili emozioni da CGI, Greenland si lascia tranquillamente guardare senza annoiare… ma il suo spessore, in fin dei conti, non si discosta molto da quello di un film tv.

 

 

Francesco Lomuscio