Halloween – La notte delle streghe: l’horror che rese John Carpenter maestro della paura

Nel 1978 i produttori di film indipendenti Irwin Yablans e Moustapha Akrad reclutarono John Carpenter per dirigere un horror su un killer psicopatico che stalkerava una babysitter. Carpenter aveva da poco diretto l’apprezzato Distretto 13: Le brigate della morte e colse la palla al balzo per fare di una storia piuttosto banale un’opera personalissima e magnifica.

I soldi erano pochi (il budget ammontava a trecentomila dollari, una cifra ridicola, allora come adesso, per la produzione di un film), i giorni di ripresa solo venti e i costumi venivano dal guardaroba personale dei singoli attori.

Jamie Lee Curtis, che interpreta, Laurie la protagonista femminile, era alla sua prima prova attoriale. Carpenter ammise candidamente di averla assunta solo in virtù delle sue “nobili” origini: la Curtis è infatti figlia di Janet Leigh, la Marion Crane di Psycho, film al quale il regista di Halloween – La notte delle streghe desiderava ispirarsi. 

L’unica vera celebrità sul set fu Donald Pleasence, il dottor Loomis, che accettò il ruolo solo perché la figlia Lucy, musicista, aveva apprezzato enormemente il lavoro di soundtrack svolto da Carpenter in Distretto 13: Le brigate della morte.

Anche per Halloween – La notte delle streghe le musiche furono concepite dallo stesso regista, che in soli quattro giorni compose una strana partitura in 5/4 mescolando pianoforte e musica elettronica. Con evidenti debiti alle precedenti opere musicali dei Goblin (Profondo rosso) e di Mike Oldfield (l’arcinota Tubular bells de L’esorcista), il motivetto straniante e angoscioso ideato da Carpenter è divenuto nel tempo uno dei segni distintivi della saga horror.

Halloween – La notte delle streghe è un emblema vivente. Oltre al famosissimo tema musicale, l’aspetto del killer psicopatico Michael Myers è un simbolo universalmente riconosciuto. La maschera che copre costantemente il volto dell’assassino di Haddonfield fu comprata dalla troupe in un negozietto per soli due dollari ed era originariamente una riproduzione delle fattezze di William Shatner, ossia il Capitano Kirk di Star Trek. Lo scenografo Tommy Lee Wallace ne rimodellò le sembianze, diradandone i capelli posticci, allargando le cavità degli occhi e dipingendo la faccia di bianco.  Aveva creato un mito.

L’aspetto di Michael Myers è indimenticabile: il corpo gigantesco dell’attore Tony Moran col volto costantemente coperto dalla maschera bianca e inespressiva è entrato di tutto diritto nell’immaginario filmico mondiale.

Il concetto di maschera in quanto elemento disturbante era alla base di tutto il progetto carpenteriano. Ad inizio film vediamo un Michael Myers di sei anni infilarsi un costume da clown per commettere il suo primo, inquietante omicidio (quello della sorella maggiore Judith). E la volontà di ambientare l’intero film proprio durante la festività per eccellenza che invita al travestimento, allude al concetto jungiano di alterazione della personalità in base alla maschera che si indossa. In questo senso è incredibile notare come la cura maniacale dei dettagli porti Carpenter ad affiggere al muro della stanza di Laurie il poster dell’artista espressionista James Ensor, il cosiddetto “pittore delle maschere”.

Halloween – La notte delle streghe gettò le basi per alcuni degli stereotipi tipici dei film dell’orrore.  Il killer uccide solo gli adolescenti promiscui che fanno sesso e abusano di droghe, mentre le vergini (anzi la, al singolare, perché di solito ne sopravvive solo una) ne escono sempre illese.

Stando alle affermazioni di Carpenter e di Debra Hill (produttrice del film e, all’epoca, compagna del regista), non era loro intenzione instaurare certi clichés, ma si trattava più banalmente di una questione di logica. Nel film Laurie, al contrario delle sue amiche distratte da altro, è più solitaria e, quindi, maggiormente vigile e attenta.

Sta di fatto che intere generazioni di film horror successivi ne hanno imitato le direttive, rendendo le cosiddette scream queen protagoniste degli esempi di virtuosismo bigotto ma salvifico. 

Visivamente ineccepibile, la regia di Carpenter risultò allora un esempio di maestria, sperimentando un uso non comune della steadicam. Non solo l’utilizzo di questa camera permetteva scorci più fluidi e dinamici, ma la scelta di girare molte scene (tra le quali quella dell’omicidio iniziale) in prima persona consentiva allo spettatore di immedesimarsi, rabbrividendo, nello sguardo dell’assassino. La lezione di soggettiva, che derivava in primis da quel capolavoro che fu nel 1960 L’occhio che uccide, ha però molti più debiti nei confronti del Profondo rosso di Dario Argento. L’intera pellicola di Carpenter è un omaggio al thriller del regista italiano, dalle atmosfere  alle musiche, come si è già detto.

Halloween – La notte delle streghe ha dato il via al filone degli slasher movie, tanto che la figura del killer mascherato è divenuta un marchio distintivo di tutte le grandi saghe di genere, da Venerdì 13 a Scream. Ma l’opera carpenteriana rimane il capostipite, un perfetto connubio tra voyeurismo criminale e suspense angosciante.

 

 

Giulia Anastasi