Si tratta d’un esordio registico folgorante, che grazie all’impronta autoriale già avvertita riesce ad approfondire l’atroce tensione sociale inasprita dall’attanagliante crisi umanitaria ed economica in Venezuela, il cui presidente della Repubblica Nicolás Maduro è stato estradato nel Gennaio 2026 in base all’accusa di associazione a delinquere con finalità di narcoterrorismo, oppure, al contrario, stringi stringi, Hambre tradisce l’imperizia delle avventizie soluzioni espressive dell’ennesimo debuttante allo sbaraglio bisognoso di farsi le ossa?

Sin dall’incipit emerge l’assoluta destrezza dell’intraprendente attivista venezuelana Joanna Nelson nel rendere appieno dietro l’ardua ma stimolante macchina da presa mediante l’uso di diverse componenti tecniche cariche di senso – dai match-cut visivi alle correzioni di fuoco – le ubbie connesse ai vincoli di suolo scalzati, spesso e volentieri, sia dal cospicuo esodo, dovuto alla mesta mancanza di prospettive, sia dalla permanenza refrattaria nel suolo natìo dove l’atroce carenza d’investimenti a sostegno dei settori cruciali, come quello ingegneristico, ha mandato a carte quarantotto la sacrosanta esigenza di ricostruzione.

Lo scandaglio ambientale, passando dalle reazioni mimiche del silenzioso ingegnere Roberto di fronte al cinismo dei padroni del vapore, incuranti dell’atroce fame dilagante del titolo e dell’assurdo costo paradossalmente alle stelle della vita, all’energia muliebre profusa in Italia dall’estroversa Selina, a dispetto dell’impiego precario da rider per il trasporto cibo in attesa di trovare l’occasione propizia e mettere a frutto la laurea in marketing, coglie nel segno. Anche se la sensazione di déjà vu sembra dapprincipio trascinare l’arcinota struttura a mosaico del racconto nella deleteria accidia delle idee attinte a prestigiosi numi tutelari al riguardo, tipo Robert Altman ed Ettore Scola, fuori dalla portata di qualsiasi proselito alle prime armi, incapace perciò a lume di naso di riflettere tramite le pieghe dei caratteri di due ex compagni di liceo rimasti per certi versi “in panne” la contraddizione principale dell’instabile Madre Patria ravvisabile nella coesistenza d’immani ricchezze petrolifere e di riserve d’acqua potabile ridotte al lumicino, l’acume di coglierne presto l’ansia di riscatto di sorpresa, alla stregua d’una sorta di work in progress sul tema in questione incline ad appaiare all’esorbitante costo della vita gli emblematici spicchi di vita dai risvolti dapprincipio persino grotteschi, assurge la realtà disarticolata portata ad effetto a specchio fedele d’una crisi difficile da mettere alle spalle. La festa di Natale che permette a Selina, tornata obtorto collo in seno alla famiglia agiata ed estremamente fatua, di rivedere dopo tanti anni l’apparentemente impassibile Roberto, disgustato dall’ingannevole atmosfera chic regredita nelle pose kitsch degli insensibili nababbi e dei superficiali profili di Venere in fila l’una davanti all’altro intenti a imitare da copione un treno tenendosi le mani sulle spalle nella pista da ballo di turno, alza ulteriormente l’asticella.

Accoppiando all’arguto tratteggio dell’ipotetica coppia, che scoppia immediatamente a causa di opinioni diametralmente opposte sull’applicazione del concetto “d’una botta e via”, una densità contenutistica tutta da scoprire strada facendo sulla scorta degli appositi esami comportamentistici ed evocativi. L’urlo alienante di Roberto, intimidito ex ante dai volgari superiori ostili al progetto presentato nell’algido e straniante ufficio per migliorare l’inclusione sociale integrando le aree svantaggiate alla rete di trasporto della metropolitana, attinge palesemente alla malattia dei sentimenti cari ad Antonioni ne Il grido. Nondimeno la risaputa fenomenologia esistenziale non attinge in modo inutilmente insistito ai noti panorami desolanti ed emblematici contemplati dalla geografia emozionale per anteporre la forza significante d’uno spazio attivo che riverbera, nel bene e nel male, gli sbalzi degli stati d’animo ivi congiunti agli spazi effimeri a corto d’opportuni nessi introspettivi, bensì cede al momento giusto la ribalta all’aura claustrofobica dei thriller psicologici. Imperante, oltre che nelle algide stanze dei bottoni, pure nei deludenti consorzi domestici. L’effigie della villa con la piscina dell’autocrate padre di Selina, che si scontra aspramente con l’indomita figlia fiera di essere una “portapizze” anziché un affarista corrotto avvezzo all’ipocrita beneficenza, è giustapposta ad hoc all’immagine dei barrios di Caracas. Ed ergo alle abitazioni informali. Alle strade strette. Alla spontaneità di tratto della popolazione. L’antidoto migliore contro la criminalità. Mentre la distinzione tra l’insicurezza del tran tran giornaliero dovuta all’illegalità dettata dalla necessità finanziaria e la linfa vitale succhiata step by step dai predatori, volti a ingozzararsi all’ombra del potere, appare tagliata con l’accetta dell’autrice per caso, la scoperta dell’alterità, rintracciabile nel quartiere di San Agustín del Norte, spiana la strada tanto a un penetrante studio dell’anima femminile, avversa ai legami di sangue guastati dall’egemonia della materia sullo spirito, quanto alla linearità d’un uomo di sani principi. Deciso ormai ad attraversare la frontiera.

Quindi il timbro romantico della salsa venezuelana, aliena alle sensuali acrobazie apportate dai ballerini caraibici, l’esplicito crescendo dei cosiddetti “pasitos”, gli impliciti trapassi di tono, lo spasso tradotto in tenera attrazione cementano un addio sulla scia della danza identitaria degno di nota. Al pari della precisione di tocco sciorinata nella pur breve fusione amorosa. Impreziosita dai deliberati scompensi nell’interazione tra musica diegetica ed extradiegetica, dall’illusione dell’avventura con l’happy end sugli scudi, dall’interludio onirico, che suggella in zona Cesarini l’immersione viceversa nella solitudine di Selina, scampata comunque di nuovo all’egida paterna, dalla crudezza oggettiva convertita nella sensibilità soggettiva dell’ispirata Joanna Nelson. Ed è lo spettacolo preminente della regía, servendosi a puntino dello spettacolo subalterno della recitazione scevro in ogni caso dai pleonastici sovraccarichi immedesimativi dei compiaciuti istrioni, ad avere la parte del leone. Consentendo a Hambre di sprigionare sotto la crosta convenzionale del film d’impegno civile l’afflato elegiaco d’un’opera audace. Che svela, a dispetto della solidarietà estemporanea, l’incapacità degli abitanti del Venezuela di aiutarsi a vicenda, il bisogno di trovare il verso in terra straniera, la necessità di puntare i riflettori sulle zone d’ombra ritenute marginali da chi ricava linfa dalla crisi, la voluttà di razionalizzare l’assurdo. Per mezzo d’una poetica della presenza e dell’assenza che sceglie gli stilemi dell’apologo sull’impasse dell’appartenenza ai luoghi minacciati dal cupio dissolvi della cupidigia allo scopo di esibire il motivo di scacco dell’unhappy end ed esplorare le chance di riaffermazione degli autoctoni delusi.

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