Herzog incontra Gorbaciov: ritorno al documentario per l’autore di Aguirre, furore di Dio

Il ritorno al cinema documentario di Werner Herzog, con Hrrzog incontra Gorbaciov, testimonia come l’ineluttabilità del tempo che passa, al centro della canzone As time goes by di Herman Hupfeld entrata nel Patheon dell’immortale magnificenza grazie all’inobliabile cult movie Casablanca, non faccia sconti neanche agli autori venerati alla stregua di demiurghi dai trepidanti cinefili atei.

Seppur estraneo all’algida registrazione nuda e cruda degli eventi, Herzog incontra Gorbaciov stenta ad andare oltre i colpi di gomito alieni all’impeccabile misura dell’implicita verità poetica. Connessa all’inusitata capacità di cogliere dal vivo l’assoluta forza significante dell’aura contemplativa. Werner Herzog, quindi, difficilmente riuscirà ad acquisire nuovi ammiratori pur appagando appieno le attese dei fan che ne venerano il carattere d’ingegno creativo da quando diresse Aguirre, furore di Dio sulla medesima falsariga degli apologhi febbrili e visionari realizzati dal Maestro brasiliano Glauber Rocha. Anche se già un anno prima aveva sagacemente unito nel docu-film Paese del silenzio e dell’oscurità l’immediata efficacia della crudezza oggettiva ad alcuni stranianti ed empatici cortocircuiti immaginifici.

Mentre i ricordi d’infanzia della signora tedesca sordo-cieca Fini Straubinger traevano linfa dall’interazione delle immagini in bianco e nero con quelle a colori, conducendo gli spettatori in un’atmosfera colma di legittimo spasimo ed elegiaco trasporto, nonostante l’assenza degli attori professionisti in veste d’idonei traini emotivi, adesso la carta della reminiscenza, con la sofferenza nascosta a malapena dall’orgoglio nostalgico, lascia abbastanza perplessi. L’intelaiatura figurativa, che congiunge alla bell’e meglio presente e passato, ponendo in risalto i video di repertorio, ai tempi dell’università, con l’ausilio della voce fuori campo dello stesso Herzog, palesa l’assenza di opportune varianti. Non solo nell’humus dei motivi visivi, in grado di riverberare i timbri introspettivi, ma anche sotto l’aspetto del rivelante umorismo. A differenza di Pepe Mujica, una vita suprema, in cui Emir Kusturica afferra gli incanti, i disincanti, gli eloquenti silenzi, i balzi di rabbia, il legame con la Madre terra e l’affetto del politico uruguayano standogli accanto con lo scrupolo dell’antropologo frammisto alla spontaneità degli amici intimi, Herzog incontra Gorbaciov mena il can per l’aia.

I continui campi e i controcampi non godono d’un’inventiva intenta a rendere partecipe il pubblico dell’umanità dolente, della sincerità d’accenti, del piglio innegabilmente lucido, a dispetto delle ottantanove primavere, ormai alle porte, dell’uomo di potere russo insignito nel 1990 del Nobel per la pace. Circostanza che non viene nemmeno menzionata. Al contrario dei maestosi funerali di Stato dei suoi illustri predecessori. Mostrati in slow motion, con i gendarmi al seguito intenti a marciare solennemente fendendo l’aria col passo marziale ai limiti del ridicolo involontario. Il ricorso agli ampollosi carrelli in avanti sul cimitero dove sono sepolti i genitori dell’ex segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica scivola verso l’inane retorica. Estranea all’antica virtù di connettere il dinamismo dell’azione alla dinamicità interiore. Con buona pace degli esornativi ricami contemplati dalle mere inquadrature paesaggistiche. Stesso discorso per l’effigie dall’alto del villaggio natìo che veleggia in realtà sulla superficie dell’inutile segno d’ammicco. L’egemonia fugace degli elementi ambientali in filigrana sui particolari pienamente visibili, ed ergo schiavi dell’enfasi manieristica, sebbene sopperisca alle banalità scintillanti, contrabbandate per momenti folgoranti, non basta ad accrescere lo scarso livello d’empatia.

Bisognerebbe, comunque, avere il cuore di pietra per non commuoversi dinanzi alla rievocazione del trapasso dell’amata moglie. Simile alla Shirley Mac Laine degli anni verdi nella fragranza del sorriso burlone ed estremamente comunicativo. Lungi dal pagare dazio all’incedere inesorabile delle rughe d’espressione sul volto della ragazza d’una volta. Il flashback tangibile ed effettivo dell’ennesima cerimonia mortuaria, giustapposta alla maschera attuale di Gorbaciov, che serba la dote della dignità insieme alla punta di spina dell’insanabile lutto, disarma senz’altro il cervello. Per lasciare spazio alle ragioni del cuore. Peccato che resti uno sparo nel buio. La realtà minimalista, sepolta nel quotidiano, anziché investire completamente la sfera privata dei sentimenti, cede il passo alla dimensione pubblica. Allo spaventoso disastro di Chernobyl, al crollo del muro di Berlino, allo sminuzzamento dell’URSS. Almeno Gianni Amelio, quantunque abbia finito per anteporre l’esacerbazione delle note intimiste alla saggia ed evocativa asciuttezza del lavoro di sottrazione, in Hammamet è riuscito a dare la precedenza all’ordine naturale delle cose. Con il crepuscolo di un re spodestato, in esilio, prossimo alla fine, assorto nell’arida malinconia dei pensieri fissi. Per ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato. Herzog incontra Gorbaciov ci dice, all’opposto, poco o niente di se stesso e del protagonista. La padronanza dei perlustrativi movimenti di macchina, indirizzati negli esterni, privi delle della componente mitopoietica che rinsalda il senso profondo dei vincoli di sangue e di suolo, ignora l’intensa levità gentile. Che serpeggia nel caldo rilievo degli interni. Laddove, insieme al garbo decoroso, alberga l’insito bilancio dell’esistenza.

 

 

Massimiliano Serriello