Co-produzione tra Irlanda ed Emirati Arabi Uniti, Hokum rappresenta il terzo lungometraggio diretto da Damian McCarthy, autore di Caveat e Oddity.

Dopo un’apertura immersa in una soleggiatissima ambientazione desertica facciamo immediatamente conoscenza con il protagonista Ohm Bauman, scrittore piuttosto misantropo e decisamente poco simpatico portato in scena da Adam Scott.

Scrittore che approda tra i boschi irlandesi per spargere le ceneri dei genitori nei pressi dell’hotel in cui gli stessi trascorsero la luna di miele e in cui lui stesso va ad alloggiare… senza immaginare, però, che la costruzione nasconda qualcosa di decisamente inquietante all’interno di una stanza nuziale chiusa da anni. Un’idea di partenza non certo originalissima se pensiamo che in fatto di alberghi maledetti nell’ambito della Settima arte non può fare a meno di tornare immediatamente alla memoria il kubrickiano Shining tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, tanto più che, proprio come nel caso di Hokum, il Jack Torrance posto al suo centro e magnificamente incarnato da Jack Nicholson svolgeva l’attività di scrittore. Aggiungiamo poi che, dal momento in cui la Fiona alias Florence Ordesh lavorante nella struttura scompare misteriosamente, Bauman comincia ad indagare come nel più classico dei plot a tinte gialle.

Poche o zero novità, dunque, man mano che a contribuire a rendere sinistra l’aria che si respira provvedono in particolar modo i personaggi di contorno sfoggianti comportamenti piuttosto strani: dal fattorino Alby di Will O’Connell, a sua volta aspirante scrittore, al misterioso Jerry di David Wilmot, individuo che vive nei sopra menzionati boschi e avvezzo all’assunzione di particolari sostanze. E, se la prima parte dell’operazione si basa in maniera principale sui dialoghi, la seconda, al contrario, li elimina quasi del tutto per immergere Ohm nelle soffocanti architetture dell’edificio alla ricerca della verità. Architetture che, complice la cupissima atmosfera efficacemente enfatizzata, si rivelano il principale punto di forza di Hokum… ma, per il resto, sebbene qualcuno abbia modo di individuarvi perfino sottotesti relativi ai sensi di colpa e interessanti aspetti psicologici, tra occasionali jump scare e luci che si spengono improvvisamente non abbiamo altro che uno dei tanti lenti e banali horror del XXI secolo destinati ad essere dimenticati una volta terminati i titoli di coda. Oltretutto poco chiaro e irrisolto per quanto riguarda più di un risvolto.

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