Noto per Masaan, del 2015, il regista indiano Neeraj Ghaywan dirige Homebound – Storia di un’amicizia in India, con produzione esecutiva di Martin Scorsese.
Due ragazzi, Chandan e Shoaib, ovvero Vishal Jethwa e Ishaan Khatter, sono amici fraterni e appartengono a due caste differenti: i Dalit (gli intoccabili) e i musulmani.

Partecipano ad un concorso pubblico per diventare poliziotti, ma ad un anno di distanza il responso non arriva, e nel frattempo i due si dividono per cercare ognuno la propria strada. Il primo trova lavoro in una grande fabbrica con doppi turni massacranti, mentre il secondo inizia a fare il fattorino in un ufficio. Chandan ama la studentessa Sudha, incarnata da Janhvi Kapoor, ma egli è realista e sa bene che quel rapporto non può funzionare, poiché non si può permettere di continuare gli studi universitari. E con i risparmi, invece, desidera costruire una casa per i genitori. Shoaib è un idealista orgoglioso delle sue origini, tanto da non barattare la propria dignità con un posto di lavoro, sul quale subisce discriminazioni e vessazioni a causa del proprio credo religioso. Le loro strade si incrociano di nuovo in un viaggio estenuante che li vedrà ancora insieme quando scoppierà la pandemia del Covid-19.

Il lungometraggio di Neeraj Ghaywan pone l’attenzione sulle discriminazioni di casta; il desiderio di Chandan e Shoaib di diventare poliziotti rappresenta l’unico modo per sfuggire sia alla povertà che a tutte le vessazioni legate alle loro origini. Attraverso una vicenda a base di amicizia vera, Homebound – Storia di un’amicizia in India racconta la lotta per la dignità e la fragilità delle persone più umili di fronte alle ingiustizie sociali e alle pressioni economiche che le costringono a non potersi permettere di superare le barriere sociali e di casta. Il regista porta alla luce una tematica fondamentale, scaturigine del dolore per le disparità sociali e per l’emarginazione subita dai giovani che lottano per il loro riscatto. E da ciò emerge la resilienza umana. Il focus si concentra poi sull’amicizia, quel legame indissolubile che resiste contro ogni avversità. La scelta delle inquadrature è fondamentale per la narrazione, e Neeraj Ghaywan adotta un approccio visivo immersivo per contestualizzare al meglio Chandan e Shoaib all’interno del loro ambiente.

La regia geometrica del cineasta indiano evidenzia un tocco autoriale che costituisce quel valore aggiunto alla fruizione di tematiche sociali rilevanti, non lesinando sulle conseguenze struggenti del racconto. Trasforma l’ambiente in una sorta di gabbia in cui rappresenta i protagonisti, il tutto impreziosito dalla fotografia di Pratik Shah. La stessa infatti definisce attraverso i colori e i forti contrasti la condizione e il disagio degli ambienti che opprimono Chandan e Shoaib. La medesima suggestione si avverte anche negli gli spazi aperti e desolati, quando gli stessi saranno costretti ad affrontare un viaggio estremo, evocando una visione drammatica e realistica. Il significato letterale del titolo è “verso casa”, Homebound – Storia di un’amicizia in India descrive quindi anche un viaggio dalle connotazioni apocalittiche in un’odissea legata al Covid-19, con un finale che restituisce all’amicizia il potere di regalare la speranza di una nuova vita.
