House of Gucci: Lady Gaga, Lady Macbeth o Lady Vendetta?

I cinefili che sono andati in brodo di giuggiole per i famosissimi film di fantascienza Alien e Blade runner (poi c’è pure a chi invece non piacciono affatto: tot capita, tot sententiae) sperano nella prossima notte degli Oscar di vedere finalmente assegnare al loro autore, sir Ridley Scott, l’ambìta statuetta come miglior regista. Sfuggitagli per il rotto della cuffia con Thelma & Louise, Il gladiatore e Black Hawk Down – Black Hawk abbattuto. Girati come se fossero apologhi con la fantascienza sugli scudi.

Anziché un dramedy al femminile, intinto di giallo, un kolossal macho-storico, sulle orme dell’inimitabile Spartacus di Stanley Kubrick, nonché un sensazionalistico war-movie al cardiopalma incentrato sull’ennesimo “arrivano i nostri” a stelle e strisce nell’inferno dello scontro civile di Mogadiscio. Col commando yankee che – nel richiamare a ogni piè sospinto ai noti motivi d’angoscia ed emozioni d’ordine universale ed esistenziale, attraverso l’adrenalina della battaglia in cielo, la polvere alzata a raggiera dagli elicotteri, nella mattanza urbana, contemplata dall’alto, e l’indubbia la capacità di scrivere per mezzo della luce, tipica degli stilisti visivi, assurta ad assoluto marchio di fabbrica – sembra davvero un manipolo di marziani.

Ed è con The last duel e House of Gucci che Ridley Scott prova ad aggiudicarsi, alla veneranda età di ottantatré anni, portati comunque alla grande, l’Oscar fuggente. Che gli ha preferito il senso della messa in scena del compianto Jonathan Demme ne Il silenzio degli innocenti, di Steven Soderbergh in Traffic e Ron Howard in A Beautiful mind. The last duel non gli offre però alcuna chance: Il Medioevo secondo Ridley Scott, accostato al pluralismo pirandelliano dei punti di vista esibendo l’antefatto dell’ultimo duello combattuto all’epoca dei secoli bui per mezzo di tre ottiche diverse ed emblematiche, mischia il dinamismo dell’azione all’aura contemplativa, identificata nel rimando neanche troppo sottobanco a Rashōmon di Akira Kurosawa, tradisce le banalità scintillanti dei nani sulle spalle dei giganti. Con il risultato, per giunta, di annoiare, invece di avvincere, qualsivoglia spettatore. Bello e brutto. Ingenuo ed erudito. Deluso dall’assenza pressoché totale d’ironia. In House of Gucci al contrario d’ironia ce n’è a iosa. Basterà per diventare l’asso pigliatutto alla cerimonia dell’American Academy of Arts and Sciences programmata per il 27 Marzo 2022 al Dolby Theatre. L’adesione di pubblico, attratto dal lancio del colosso in forma di soap opera dai risvolti crime sul mercato primario di sbocco, subito dopo sul ben più redditizio home video, con le platee volte ad anteporre il divano di casa alla poltrona della sala e al rito che ne consegue, dipende molto dal valore terapeutico dell’umorismo. Gli sbadigli nell’arco delle due ore e passa di durata costituiscono un’incognita da far tremare le vene e i polsi persino a una vecchia volpe come Ridley Scott. Consapevole che il film di maggior successo della Settima arte è Via col vento di Victor Fleming. In virtù della maestria, più produttiva che registica nondimeno, di unire i risvolti mélo dei consorzi domestici all’ampio respiro figurativo ed evocativo assicurato dai campi lunghi, dai coefficienti spettacolari, dai leggendari tramonti rosso fuoco.

Quindi lo stilista per antonomasia Ridley Scott affronta la saga della famiglia principe del fashion house, delle imprese impegnate nel disegno industriale, nei marchi griffati, nelle borse di marca, nella progettazione delle scarpe à la page, ed ergo della moda volendo metterci un punto, come fosse Via col vento? Per certi versi sì. Tuttavia a prevalere risultano, a ben guardare, il labirinto d’ipotesi già presente in Thelma & Louise, con l’arcano da svelare in merito all’uccisione dell’imprenditore fiorentino Maurizio Gucci impersonato da Adam Driver, che in realtà è il segreto di Pulcinella, e l’ironia connessa dall’alacre Ridley alla fantascienza, alle cose improbabili, custodite al limite nel valore dell’immaginazione a braccetto con quello terapeutico dell’umorismo, in Sopravvissuto – The martian. Vuol dire che Ridley Scott trasfigura i protagonisti della saga – Maurizio Gucci, la moglie Patrizia Reggiani Martinelli, impersonata da Lady Gaga anch’essa a caccia del premio più prestigioso, il padre Maurizio D’Ancora, nome d’arte di Rodolfo Gucci, con i trascorsi d’attore, che Jeremy Irons interpreta con la solita classe, e il toscanissimo capostipite Aldo Gucci, con la destrezza mimica del mostro sacro Al Pacino più gigionesco che mai, nell’aderire da piccoletto con i febbricitanti ed espressivi occhi scuri agli slanci, i sogni, la rabbia per essere scalzato in zona Cesarini dal nipote istigato dalla consorte del noto designer dalla figura slanciata e gli occhi cerulei – alla stregua dei marziani? Senz’alcun dubbio.

Fin qui, nulla da eccepire: l’intreccio cosparso dal delitto, il margine d’enigma che agisce da lievito poetico per il fantastico dell’assunto, la narrativa d’anticipazione, passata dalla ridda di alieni, marziani ed esploratori spaziali alle avventure piccanti, all’elitarismo, ai problemi del benessere del bel mondo, preso debitamente in giro ricorrendo ad aneddoti satirici e battute esilaranti (in effetti Al Pacino in alcuni passaggi allontana lo spettro della noia di piombo sulla scorta del carisma recitativo frammisto alla vena canzonatoria), in teoria potrebbero rappresentare le carte vincenti di una scommessa vinta. Che da una parte costeggiano il kolossal per eccellenza e guardano a Il padrino di Francis Ford Coppola, ritenuto non a caso il Via col vento dei film gangster; dall’altra gli preferiscono l’esempio fornito da Scorsese in Quei bravi ragazzi. Bravissimo ad anteporre all’esaltazione affettiva del boss di quartiere, simile al principe di Salina incarnato da Burt Lancaster ne Il gattopardo, i malavitosi ruvidi, concreti. Incluso il boss che cucina salsicce e si tiene lontano dalla droga per spirito di conservazione. Per non finire in galera. E non per dimostrare agli altri mafiosi, avidi di guadagno e privi di morale, la sua statura etica. Ora la somiglianza di House of Gucci di Ridley Scott con Quei bravi ragazzi è solo apparente. L’inizio del film, con il party e i balli galeotti in discoteca, congiunti alle precarie frecce di Cupido, riesce ad amalgamare il titanismo dell’operazione avveniristica al quadro sociale del passato, ovvero il contesto in cui s’incontrano Maurizio, dall’alto dei centimetri e dello status familiare, e Patrizia, dal basso dell’estrazione familiare unita alla modesta statura, compensata dal caratterino tutto pepe (anche se affermare che somiglia a Elizabeth Taylor – per gli occhioni identici a quelli di Lorraine Bracco in Quei bravi ragazzi nei panni della pupa, non del boss, ma del manovale della criminalità, che comunque non si fa liquidare con facilità – è una bestemmia).

Il prosieguo – tra le sale domestiche, le proiezioni private, i manifesti del kolossal autoctono Casta diva appesi alle pareti, echi in filigrana di Nuovo cinema Paradiso, la musica a palla, con l’uso intradiegetico ed extradiegetico dei picchi operistici attinto alla bell’e meglio a John Huston ne L’onore dei Prizzi, i tempi dilatati in maniera programmatica, gli appartamenti da nababbi, le sfilate viste dal di dentro, un po’ come in Via Montenapoleone di Carlo Vanzina (quantunque i patetici paladini del cinema d’autore non se ne accorgano o lo neghino), le reiterate reazioni mimiche, le mire grottesche, le unghiate mordaci, gli spunti graditi alla Piattaforma Disney Plus, giacché piatti, cioè privi all’atto pratico di virtuosistiche variazioni ed estro in grado di evitare il rischio di prendere fischi per fiaschi – soffre d’incongruenze palesi. Bilanciate qua e là dalle sortite penose ed esilaranti del camaleontico Jared Leto nei panni del figlio tonto di Aldo che, nonostante le sfuriate, non gli nega l’amore paterno. L’elegia emotiva di Nuovo cinema Paradiso, che celebra la provincia proiettandola nel pantheon planetario, attiene alla cultura nazionalpopolare. Agli antipodi con l’ambizione classista della prevedibile Lady Gaga. A metà film Lady Macbeth reincarnata. Dopo il benservito ricevuto dal marito, Lady Vendetta in un fiat. Tirando le somme House of Gucci cerca la famosa unità interiore cara a David Wark Griffith coniugando stilemi fuori menù che la trainano nel ridicolo involontario dell’esteriorità. E della solita fantascienza sotto mentite spoglie.

 

 

Massimiliano Serriello