Hunger ward: un documentario per “affamare” gli Oscar

Hunger ward, diretto da Skye Fitzgerald, è il documentario candidato nella categoria short documentary degli Oscar, disponibile sulla piattaforma IWONDERFULL a partire dal 15 Aprile 2021.

Abbiamo avuto l’onore di visionare il documentario in uno speciale dedicato, con l’appoggio del World Food Programme e del suo Direttore esecutivo David Beasley, che al termine della proiezione online è intervenuto insieme al regista per promuovere l’opera e lanciare l’allarme al fine di aiutare la popolazione dello Yemen.

Un asciutto documentario girato all’interno del Sadaqa Hospital ad Aden, con l’indispensabile aiuto della dottoressa Aida Alsadeeq e dell’infermiera Mekkia Mahdi, che lottano ogni giorno per salvare bambini e bambine vittime della fame a causa del conflitto nello Yemen e che sono, loro malgrado, le attrici principali.

Skye Fitzgerald non è certo alle prime armi. Già suoi erano i due documentari 50 feet from Syria  e Lifeboat, che affrontavano il primo la guerra e le sue conseguenze in Syria, il secondo il dramma dei profughi nel Mediterraneo.

Con sincera abilità e senza banali semplificazioni Fitzgerald ci mostra come la fame sia diventata un’arma di guerra nel paese. Nel breve e intenso documentario veniamo ad incontrare la dolcissima Abeer, che sembra una delle principesse delle fiabe de Le mille e una notte, con i suoi profondi occhi marroni e il suo sorriso; ma, quando vediamo come è stata ridotta dalla malnutrizione la giovane bimba, nessuno può restare indifferente.

Nell’incontro al termine della proiezione il regista ha sottolineato: “Questa mancanza di cibo, o mancanza di accesso al cibo, è causata dall’uomo. Spesso pensiamo alla carestia e alla siccità, al fallimento dei raccolti, alle locuste. Questo non è il caso dello Yemen … La fame è usata come arma di guerra ed è un pensiero orribile per me”.

Le condizioni di Abeer, sei anni, e di un’altra bambina, Omeima, di dieci, sono spaventose. Sono a dir poco sottopeso e Fitzgerald ci conduce all’interno del reparto dove dottori e infermieri fanno l’impossibile per salvare le giovani vite. Durante l’incontro ha poi raccontato delle immense difficoltà per riuscire a girare Hunger ward, cercando di convincere l’ambasciata dello Yemen per ottenere i visti: “Una volta arrivato  sul posto, dopo neanche due ore che giravamo, ho visto morire davanti alla nostre camere una bambina che si chiamava Asila, con la pelle ulcerata dall’edema causato dalla fame”.

Un’opera che va ad aggiungersi al lunghissimo elenco di documentari che cercano in qualche modo di svegliare le coscienze del mondo e la cui candidatura agli Oscar aiuta di sicuro a far luce su questa realtà. Una realtà che ha voluto sottolineare anche David Beasley, il direttore esecutivo del World Food Programme, il quale ha chiesto di vedere e parlare di questo film per accendere una speranza sugli aiuti che si stanno inviando, ma, soprattutto, per arrivare ad un cessate il fuoco tra le parti. E non entriamo nello specifico per spiegare la geopolitica della regione dove ci sono pesanti coinvolgimenti dell’Arabia Saudita, con la vendita di armi e dove perfino l’Italia era stata coinvolta.

Finora la guerra nello Yemen e la difficile situazione hanno ricevuto relativamente poca attenzione in tutto il mondo, quindi sarebbe giusto, da parte di tutti, collaborare con le campagne del WFP e far sentire la propria voce sui social, anche solo aderendo con #YemenCantWait.

Nel 2020 più di centomila persone all’interno dello Yemen sono state costrette a lasciare le loro case, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un gruppo affiliato alle Nazioni Unite. La guerra e la fame furono le cause principali. Gli operatori sanitari che Fitzgerald ha intervistato in Hunger ward fanno del loro meglio per salvare i bambini, ma un senso di disperazione pervade.

“Le fondamenta della nostra società sono sparite. Siamo tornati indietro di cento anni” si lamenta Mekkia, l’infermiera della clinica nel nord. “Giorno dopo giorno la carestia aumenta. Basta, basta con questa guerra” osserva Aida, la dottoressa  che ha curato Omeimi.

Per Fitzgerald l’obiettivo, come nei suoi primi film, è semplice: Sento che quello che cerco di fare è portare alla luce alcune di queste storie, in modo che più persone del mondo si preoccupino“.

 

 

Roberto Leofrigio