I care a lot: Rosamund Pike tutrice legale e truffatrice

Pur continuando a tenere gli spettatori sui carboni ardenti, coinvolgendoli nel profondo clima di mistero che cementa in ogni caso l’implacabile egemonia dell’empia avidità sui migliori angeli dell’indole umana cara ad Abraham Lincoln, il regista britannico J Blakeson muta segno con I care a lot – disponibile su Amazon Prime Video – rispetto al passato.

Appaiare il precipuo timbro espressivo della suspense e gli stilemi delle storie di spionaggio al disinibito piglio della commedia brillante, anziché alle trepidazioni universali ed esistenziali del genere sci-fi, come nell’apologo apocalittico La quinta onda, rappresenta un’inversione di tendenza da approfondire.

Lontano dai luoghi familiari della perfida Albione, la prevalenza degli interni alto-borghesi, all’insegna dell’avventura dal sapore caustico, sull’ordine naturale delle cose, coi seducenti esterni panteisti in primo piano, sembra uno stratagemma in grado di garantire ai nuovi canoni narrativi diverse frecce al loro arco. Al colpo di gomito degli elementi ambientali scanditi dalla cinica ma gradevole voce fuori campo dell’astuta raggiratrice Marla Grayson, che rende partecipe il pubblico delle trappole ordite sfruttando la buona fede della legge statunitense, si va ad appaiare l’indubbia cura dei dettagli. I siparietti nel palazzo di giustizia, dove le viene concessa la tutela legale ed economica di anziani possidenti costretti così a vivere confinati dentro meste case di riposo, con la complicità dell’ipocrita dottoressa Amos, sedotta anch’essa dal cospicuo profitto congiunto all’indegna gestione sottobanco delle proprietà sottratte in teoria a fin di bene, offrono uno spettacolo beffardo ed elegante. Conforme, per molti versi, a quello già mandato a effetto da Tony Gilroy in Duplicity. Dapprincipio la difformità dei livelli stilistici chiamati in causa sembra un poliedrico valore aggiunto all’intrigo cosparso d’indizi curiosi, di dotti echi e controechi, graditi ai cinefili dal palato fine, ed eclatanti coefficienti spettacolari. Per la gioia delle masse dai gusti semplici.

Alla lunga distanza però l’attitudine a dare un colpo al cerchio dell’austero lavoro di sottrazione – allo stretto servizio dell’intrinseco sentimento d’incertezza che tiene alta la soglia dell’interesse per la trama – e l’altro alla botte delle palesi componenti manieristiche, con il reiterato ripiego nello slow-motion incapace di estrarre conigli dal cilindro, disperde l’intero senso della polivalenza. Le estetizzanti inquadrature di profilo, nel confronto dell’inarrestabile Marla con l’ombrosa Jennifer Peterson, ex donna d’affari messa ora impietosamente all’angolo, le continue correzioni di fuoco, prive della capacità di far luce su alcuni compositi ed emblematici particolari, i prevedibili cambi di ritmo della punteggiatura sonora, ben lungi dal conferire al risvolto noir l’idoneo mix di corrispondenza e disarmonia degli apologhi sui campioni d’astuzia colti di sorpresa, sanciscono la battuta d’arresto del contesto ludico. Sostituito alla carlona da roboanti panoramiche dal basso ed enfatici contrasti chiaroscurali che, invece di riuscire ad alimentare il lato giocondo legato al puzzle del racconto, si prendono troppo sul serio. Rosamunde Pike, bravissima in L’amore bugiardo – Gone girl nel ruolo nell’ambigua Amy Elliott-Dunne, seppure non al punto da compensare con l’avvertita psicotecnica la velleità registica dell’involuto David Fincher nel riempire di false piste l’ampollosa scrittura per immagini, rinsalda i modi spigliati vestendo gli algidi panni dell’imbrogliona audace.

Persino dinanzi alle repentine soverchierie del figlio farabutto dell’ultima, presunta, vittima. Le tiene testa l’esperta Dianne Wiest nella parte di Jennifer. Avvezza tanto ai sospiri arrendevoli quanto agli infruttiferi sobbalzi di rabbia. Peccato che il gioco fisionomico e l’aderenza introspettiva ai personaggi in lotta per imporsi, a dispetto di qualsivoglia scrupolo, non basti ad approfondire, nel consueto terreno della doppiezza, trasferito dal Regno Unito al Massachusetts, gli accenti sinistri dell’arte dell’inganno. La rivoluzione finale della consecutio temporum, sebbene allestita con saldo professionismo dal montaggio alternato, traligna il colpo di scena in una bolla di sapone. Dopo l’inizio perentorio ed eclettico, i trapassi interiori ed esteriori, frammisti alle varie tessere del mosaico, con l’ausilio della crescente tensione, la ricerca del tempo perduto diviene l’extrema ratio per chiudere il cerchio alle variazioni. Che, partendo dal pedale derisorio, dai dialoghi aguzzi e dal rimando, neanche in filigrana, al cult La stangata, capovolgono la rotta senza disporre del cortocircuito elegiaco per tramutare la fredda indifferenza in prodigioso batticuore. I care a lot tradisce perciò le attese del prologo tentando di assorbire e correggere in zona Cesarini, nell’apologia del rimpianto, l’ingegnosità truffaldina dell’ironico disincanto.

 

 

Massimiliano Serriello