I due Papi: Joseph Aloisius Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio raccontati da Fernando Meirelles

L’innegabile piglio professionale del regista brasiliano Fernando Meirelles, balzato agli onori della cronaca con l’avvincente affresco collettivo City of God, in cui seppe unire il severo darwinismo antropologico ai toni dell’apologo brioso su un habitat ad alto tasso di criminalità, perde parecchi colpi ne I due Papi. Un colosso dai piedi d’argilla prodotto da Netflix nella speranza di traformarlo nell’asso pigliatutto agli ormai imminenti premi Oscar.

L’idea di puntare sullo spettacolo, comunque di secondo piano, della recitazione, sia pure affidato ad attori d’esimio rango, per esibire la congerie d’infinite dispute dialettiche ed elementi ambientali nell’arco dell’avvicendamento in Vaticano del disdegnoso Joseph Aloisius Ratzinger con l’affabile ma cocciuto gesuita Jorge Mario Bergoglio, la dice già lunga. L’efficacia dell’intensa ed elaborata psicotecnica di Anthony Hopkins, nel ruolo del Papa tedesco che fece il gran rifiuto al pari del pavido Celestino V, e del bravo Jonathan Pryce, identico di suo al vescovo di Dio subentrato col nome Francesco all’instabile crucco, crea troppe aspettative.

Le soluzioni espressive compiute dietro la macchina da presa lasciano a desiderare. Partendo dalla straniante e solenne messa in scena dei riti del conclave, incapaci di cogliere lo stream of consciousness degli incerti candidati sull’esempio di Nanni Moretti nell’acre ed empatico Habemus Papam, sino al vanaglorioso match-cut visivo che accosta l’effigie dell’immigrazione ai mirabili scorci all’interno della casa del Signore per eccellenza, l’inane brio stilistico manca di acume. L’immagine dei centoquindici cardinali, insieme a quella ravvicinata dei foglietti del voto cuciti con ago e filo, paga dazio al trattamento superficiale ed esornativo. Che pesca nell’ovvio onde spacciare la descrizione sommaria della fumata prima nera e poi bianca, dopo l’agognato esito dell’emblematica urna, per un atto solerte ed estroso.

Il fatidico confronto dei caratteri agli antipodi innesca contesti largamente sfruttati da Mike Nichols in Chi ha paura di Virginia Woolf?. L’impasse del chiaro impianto teatrale, frutto dell’arrangiamento predisposto sin dalla fase di sceneggiatura dal pur abile Anthony McCarten, sulla base di un’opera redatta dapprincipio di proprio pugno per il palcoscenico, trova un mero palliativo nel contrappunto degli esterni. Il ricorso all’infeconda geografia emozionale finisce col confondere lo specchio per le allodole dei campi lunghi e dello skyline della Città Eterna nella marcia in più dei luoghi mitopoietici in grado di esporre gli stati d’animo ivi connessi.

Con l’innesto dei flashback concernenti l’intensa gioventù del successore sudamericano la trama cade dalla padella alla brace. Le incongruenze del prosieguo, privo dell’opportuno margine d’enigma favorito di solito dal procedimento a scatole cinesi dell’analessi e delle prolessi, anziché legare l’ennesima ricerca del tempo perduto al bisogno di scorgere una giusta via d’intesa, traggono poca linfa dalle battute al fulmicotone snocciolate nel presente a ogni piè sospinto.

L’attenzione alla parola, aliena alla virtù ad appannaggio del compianto Éric Rohmer d’inserire in asincronia le reazioni mimiche ad assoli degni di nota, traligna così nell’abbozzo. Impreziosito in minima parte dalle pieghe umoristiche, attinte a piene mani alle commedie buddy buddy, senza però replicarne la proverbiale sottigliezza, e svilito ancor peggio dai continui colpi di gomito. Rinvenibili nelle programmatiche correzioni di fuoco che stentano comunque ad accrescere l’interesse nei riguardi dei conti perennemente in sospeso.

La mancanza di autentiche punture di spillo destinate ad ambedue i vicari di Cristo rende inutili anche certe riprese sghembe, di taglio impressionista, con il discutibile commento sonoro fornito dall’inno partigiano Bella ciao sugli scudi. L’egemonia dell’arcinoto mito del livellamento ugualitario sulla forza della tradizione, che vorrebbe per pidgin, ovvero la lingua buona per ogni porto, l’eterno latino, invece dell’inarrestabile inglese, strizza l’occhio all’accomodatura cerchiobottista. L’agnizione conclusiva, cementata dal risarcimento della finale del campionato mondiale di calcio del 2014 vista in tandem tra mille ammicchi, trasforma i seriosi ed ennesimi emuli di Peter O’Toole e Richard Burton in Becket e il suo re in meri imitatori del duo slasptick Jack Lemmon e Walter Matthau nel cult La strana coppia.

All’attivo resta il lavoro degli attori sui personaggi. Anthony Hopkins, benché anteponga qualche smorfia gigionesca all’impeccabile misura con la quale impersonò Hannibal Lecter nell’inobliabile Il silenzio degli innocenti, mette a disposizione gli istrionici semitoni nel profilo dell’austero pontefice tedesco affezionato alla serie televisiva Rex. Ad alleggerire il cuore di Papa Francesco provvede la dotta regolatezza dell’altrettanto esperto Jonathan Pryce. Lanciato ne I due Papi alla conquista del tributo più ambito. Negatogli l’anno scorso, quando vestì i panni di un Don Chisciotte moderno con l’impagabile levità dei fuoriclasse del grande schermo.

 

 

Massimiliano Serriello