I Fantastici 4 – Gli inizi: da Lee a Quinn

La domanda sorge spontanea: per quale motivo la oltre ora e cinquanta di visione in questione, incentrata sul quartetto di supereroi creati nei primi anni Sessanta da Stan Lee e Jack Kirby come persone reali e senza identità segrete dotate di straordinarie capacità che sono un’estensione delle loro personalità individuali, porta il titolo I Fantastici 4 – Gli inizi, considerando che fin dall’avvio li vediamo celebri e già noti a tutti?

La spiegazione va sicuramente attribuita alla maldestra traduzione italiana dell’originale The Fantastic four: First steps, in quanto quello che si potrebbe erroneamente intendere in qualità di prequel non lo è affatto.

Infatti, se ne I Fantastici 4 diretto nel 2005 dallo stesso Tim story che si sarebbe poi occupato due anni dopo de I Fantastici 4 e Silver Surfer assistevamo al viaggio nello spazio destinato a trasformare accidentalmente l’inventore e scienziato Reed Richards, la sua ex fidanzata Sue Storm, direttrice per le ricerche genetiche, il fratello minore Johnny, pilota, e l’astronauta Ben Grimm in quelli che abbiamo poi imparato a conoscere come Mr Fantastic, la Donna Invisibile, la Torcia Umana e la Cosa, questo reboot li porta in scena già in possesso dei loro rispettivi poteri. Dunque Reed Richards, ora con il volto di Pedro Pascal, in grado di allungare e contorcere il proprio corpo, Sue Storm, con quello di Vanessa Kirby, capace di rendersi invisibile e di proiettare potenti campi di forza, Johnny, interpretato da Joseph Quinn, pronto a prendere fuoco e spiccare il volo, e Ben Grimm, ovvero Ebon Moss-Bachrach, trasformato in rocciosa creatura arancione dalla forza sovrumana, vengono immersi nella Terra-828, mondo retro-futuristico ispirato proprio agli anni Sessanta di cui sopra, egregiamente resi grazie al fondamentale contributo della fotografia di Jess Hall.

Un mondo in cui da un lato apprendiamo che Sue è in dolce attesa, dall’altro che la vorace divinità spaziale Galactus alias Ralph Ineson intende divorare l’intero pianeta e tutti i suoi abitanti. Divinità il cui enigmatico Araldo è proprio il Silver Surfer che avevamo visto in azione nel sopra menzionato sequel del film di Tim Story ma che, sicuramente a causa delle strampalate regole imposte dalla Hollywood politically (s)correct d’inizio terzo millennio è qui in possesso dei connotati di una donna: la Julia Garner di Wolfman. E l’attesa in questo I Fantastici 4 – Gli inizi è quindi tutta nei confronti dello scontro conclusivo con Galactus, che, provvisto di immancabile devastazione cittadina, si risolve in realtà in maniera piuttosto veloce e senza particolari sorprese. Come anche il resto del lungometraggio, il cui maggiore pregio risiede di sicuro nella linearità di uno script – a firma di Josh Friedman, Eric Pearson, Jeff Kaplan e Ian Springer – una volta tanto privo di ulteriori metaversi assortiti e altri ingarbugliamenti di evoluzione narrativa, ma senza riuscire a sfuggire ad una certa piattezza generale nonostante l’abbondanza di azione e spettacolarità portate in scena.

Aspetti penalizzanti probabilmente dovuti alla provenienza televisiva del nuovo arrivato dietro alla macchina da presa Matt Shakman (nel curriculum ventennale abbiamo Il trono di spade e WandaVision); mentre, nel mezzo del consueto e ormai stancante tripudio di effettistica digitale, ci si chiede anche per quale motivo Reed Richards ricorra raramente ai suoi allungamenti di arti in un cinecomic che, con due ultime sequenze poste durante i titoli di coda e al loro termine, non risulta in fin dei conti tanto meglio di precedenti trasposizioni da grande schermo del poker di paladini della giustizia quali il rozzo The Fantastic four, realizzato nel 1994 da Oley Sassone sotto la produzione del re dei b-movie Roger Corman, e la fiacca rilettura giovanilistica Fantastic 4 – I Fantastici 4 di Josh Trank, datata 2015.

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