I fiori del male: il documentarista Claver Salizzato passa al film di finzione

Alacre teorico del cinema, autore d’interessanti documentari, Claver Salizzato passa con I fiori del male, disponibile su Prime Video, al film di finzione. Ed ergo, sotto molti aspetti, alla prassi.

L’ausilio del cast, in possesso di un’apprezzabile psicotecnica recitativa ma troppo legato al background teatrale per trarre linfa dall’opportuno timbro d’autenticità, stenta ad accrescere la dinamizzazione degli eventi. In grado di garantire al simbolico viaggio indietro nel tempo, alla scoperta di tre donne capaci di lasciare il segno, l’immediatezza espressiva che scongiura l’impasse della noia di piombo.

L’incipit, con una sorta di corifeo rivolto direttamente in macchina per introdurre agli spettatori le vicende della poetessa Veronica Franco nell’ambito della Serenissima Repubblica di Venezia, tende subito ad appaiare valori ornamentali ed echi sostanziali. Mentre la cura dell’ambientazione, garantita soprattutto dall’abile scenografia, non fa una piega, appagando così le attese di chi cerca nella fabbrica dei sogni l’attendibilità del tessuto figurativo, la forza significante di quello introspettivo indulge nell’inane egemonia della forma sul contenuto. A dispetto della debita attenzione riposta dal plot, redatto a quattro mani con Patrizia Pastagnesi, nei riguardi dell’effetto di straniamento, caro ai formalisti russi, lo stile di ripresa messo in atto alla prova del nove da Salizzato ne traligna l’essenza, e quindi l’implicito contenuto, ovvero l’antidoto contro l’abitudine, in infruttifero standard. Mandando così a carte quarantotto il proposito di scoprire la natura più intima ed emblematica dell’esistenza. La ricerca dell’alterità, affidata agli insistiti elementi ambientali e ad alcuni semitoni degni di nota, paga inoltre dazio all’uso piuttosto programmatico dei movimenti di macchina. Che avrebbero dovuto fornire invece una fertile alternativa alle inquadrature statiche. Svelte comunque ad afferrare in filigrana gli impercettibili mutamenti nell’animo femminile scosso sin dalle fondamenta.

Il contributo fornito dalle musiche extradiegetiche composte da Marco Werba da una parte pone in eccessivo risalto l’uso prima parco ed essenziale dei dialoghi chiarificatori e degli inevitabili sospiri sentimentali; dall’altra adatta i canoni del racconto agli infallibili batticuori apprezzati dalle masse. Alle associazioni oniriche congiunte nell’effigie dell’alcova di Veronica, per mezzo dei surreali fasci di luce, la fotografia del sagace Matteo De Angelis, che in Baby gang di Stefano Calvagna aveva saputo tingere di grigio le accese scorribande criminali dell’ennesima gioventù bruciata, assicura le adeguate nuance chiaroscurali. Peccato che all’emozionante ed erudita concertazione cromatica non corrisponda al momento giusto la vena immaginifica necessaria ad anteporre ai pleonasmi del conflitto, ormai trito e ritrito, tra Thanatos ed Eros l’appeal risolutivo dell’enigma. Tutto da svelare. Viceversa, con la suspense ridotta al lumicino e gli spunti viscerali sviliti dall’ingessato spirito intellettualistico, la scelta di unire gli accenti piccanti all’austerità ammonitoria dell’apologo sul richiamo dei sensi, contraddetti dai rincrescimenti, sulla falsariga degli epidermici affreschi di Nagisa Ōshima, pregiudica del tutto l’ambìto clima di mistero. Senza il quale resta ben poco, escluse le vesti muliebri, da scoprire. Tranne i versi relativi al titolo. Affidati alla voice over dell’(anti)eroina di turno in un campo lungo, nell’attimo del duello causato dall’incomprensione, che inevitabilmente, e incautamente, rimanda a Barry Lindon di Stanley Kubrick.

Il rischio di cadere nell’impasse dei nani sulle spalle dei giganti prosegue inesorabile nell’introduzione del secondo personaggio in gonnella passato alla storia: Margaretha Geertruida Zelle. Detta Mata Hari. L’ingeneroso confronto con l’omonimo capolavoro di George Fitzmauric, con la divina Greta Garbo nelle vesti della danzatrice-spia, rende i colpi di ventaglio e le melodie accennate dall’agente segreto sotto mentite spoglie ancora più sterili. Al pari del fermo immagine che tenta di approfondire i pensieri nascosti. Con il risultato di sottrarre al lato giocondo dell’intrigo le varianti più efficaci. L’assenza della profondità di campo nella dinamica degli spazi all’aperto impedisce alla molla dello spettacolo di trascendere l’analisi superficiale degli incanti e dei disinganni ed esibire lo stimolo dell’ispirazione. Che nell’ovvia opera di accostamento degli interni tradisce l’impaccio della suggestività lirica. Sul punto di traboccare con l’inchino agli stilemi del muto. Utili a Pasolini nell’introduzione di Edipo re per conferire al linguaggio delle didascalie un ragguaglio sarcastico ed elegiaco. Deleteri per I fiori del male. L’estatico trasporto conclusivo della sensuale Margherita Gautier, la signora delle camelie di Dumas che l’ineguagliabile Garbo impersonò per George Cukor, sancisce le velleità poetiche delle pose sovraccariche, del vano pentimento liturgico incluso in zona Cesarini e dei soliti pezzi di mosaico privi d’estro ed empatia.

 

I Fiori del Male – Trailer from 102 Distribution on Vimeo.

Massimiliano Serriello