I giganti: il Bonifacio Angius da Oscar

Nella lista dei titoli in ballo per rappresentare il Bel Paese agli Oscar 2022, alimentando l’ardua speranza di accedere all’ambitissima cinquina scremata dall’Academy Award for Best International Feature Film, in sostituzione dell’ormai negletta categoria del best foreign-language movie, ritenuta discriminatoria dagli ipocriti buonisti, I giganti di Bonifacio Angius riveste gli scomodi panni dell’outsider. Come L’arminuta di Giuseppe Bonito, l’adattamento dell’omonimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021.

Sembra non esserci speranza nemmeno per Mondocane dell’esordiente Alessandro Celli, l’inconsueto crime movie girato all’insegna dell’influenza dell’ambiente sui modi d’agire. Per Parsifal di Marco Filiberti, apologo sull’egemonia dell’amor vitae sul cupio dissolvi. Per Ariaferma di Leonardo Di Costanzo, tornato ad affrontare le slogature degli spazi di confronto.

Hanno in effetti più santi in paradiso i vari pesi massimi: Freaks out di Gabriele Mainetti, in pole position, I fratelli De Filippo di Sergio Rubini, Yaya e Lennie – The walking liberty di Alessandro Rak, Il cattivo poeta di Gianluca Jodice, La scuola cattolica di Stefano Mordini, Lei mi parla ancora di Pupi Avati, Qui rido io di Mario Martone, Supereroi di Paolo Genovese, Tre piani di Nanni Moretti, Ennio di Giuseppe Tornatore ed È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Già premiato, quest’ultimo, con La grande bellezza. Pamphlet sul disincanto esercitato dalla mondanità capitolina sull’intellettuale estraneo al sarcasmo romano. Debitore del carattere d’ingegno creativo di Federico Fellini ne La dolce vita ed Ettore Scola ne La terrazza. Il genuino estro profuso invece da Angius sia dietro sia davanti la macchina da presa può riservare una sorpresa in grado di zittire i saputoni del sabato sera? L’inversione di tendenza darebbe linfa al panorama underground della fabbrica dei sogni. Gli incubi a occhi aperti – che ne I giganti si vanno ad appaiare con la forma del processo dissociativo dei ricordi scioccanti ai contenuti, con l’intervallo della storia frammista ai momenti epifanici – evidenziano una cifra stilistica estranea ai falsi dotti copioni e graditi alle istituzioni. La coerenza del dinamismo dell’azione rispetto all’aura contemplativa parla chiaro in tal senso. L’intristita ed empatica voce fuori campo di Stefano Defennu, co-sceneggiatore insieme ad Angius, sin dal sodalizio sancito a partire dallo scandaglio esistenziale Perfidia, va subito in profondità. Giacché pone in risalto l’estraniazione del padrone di casa, in attesa dell’arrivo dei dissoluti amici Massimo, Andrea, Riccardo e Piero. Decisi ad assumere un robusto mix di cocaina ed eroina per saggiare la merce da distribuire sul mercato delle anime perse e anteporre la gioia dello sballo al cruccio.

L’evocativo rumore del vento, amato dall’eclettico Michele Soavi, erede di Dario Argento nello sminuito humus dell’horror italiano, il ricorso ai primissimi piani, per cogliere il distacco dello “sfigato” con lo sguardo sperduto, l’uso della musica diegetica, a supporto del clima di sospetto unito all’atmosfera di complicità, la prevalenza degli interni soffocanti sull’ampio respiro in esterno, ridotto all’osso dal lavoro di sottrazione, colgono nel segno. Al lapalissiano progetto di dare un colpo al cerchio dell’affresco satirico, per sbeffeggiare le distorsioni collettive nel terreno del privato, e l’altro alla botte del western da camera, sull’esempio di Quentin Tarantino in The hateful eight, fa seguito l’oculatezza di trarre partito dagli alfieri dell’antiretorica. Per aggiungere all’invisibile ciò che viene tolto, anche per ragioni di budget, al visibile. Lontano dalle toppe e dai rammendi, ad appannaggio dei pressapochisti, Angius alza il tiro. La sua prova recitativa nel ruolo dell’insicuro ed esagitato Massimo, che va in escandescenze di fronte all’insensibilità del gentil sesso per le attese tradotte in aria fritta e mostra il fianco all’invettiva dell’inviperito Riccardo, fratello minore del vizioso politico locale Piero, resta in testa. Mentre l’uso dei carrelli da destra a sinistra, ad annunciare sinistri sviluppi nella trama, delle soluzioni luministiche dell’alacre fotografia, dei match-cut sonori, per congiungere i segni d’ammicco ai mesti balli e agli esercizi di takedown dell’estatico ed efferato Riccardo sulle note dei brani provenienti dal vetusto giradischi, tradisce un’insalubre vena programmatica, aliena all’acume speso per garantire all’inabile pietas dell’assunto una chiave originale, il richiamo in filigrana all’epica della frontiera batte vie inedite. L’inchino ivi congiunto alla culla dei colossi scevri dai piedi d’argilla, la suspense distillata cum grano salis, grazie all’impeccabile misura dei raccordi di montaggio, l’innesto degli strazianti flashback, forti della ripetizione pertinente di kubrickiana memoria, consente alla farfalla di uscire dal bozzolo.

Al pari dei versi poetici composti dagli incolti figli della terra di Sardegna difesa dagli illustri antenati. A corto dell’alta densità lessicale dei veri scrittori. Ricchi però di spirito, d’orgoglio ferito, di speranze infrante. Sulla falsariga dei gusci di lumaca lanciati sulle dure rocce. Quando il più fragile del gruppo paga pegno all’estrema labilità, rimpiangendo quello che poteva essere e non è stato, per mancanza di coraggio, di fiducia in sé stesso, dell’autoconsapevolezza cementata dal legame coi nonni, ritratti sulle pareti dell’abitazione bucolica, e con il luogo natio, patria d’indomiti giganti ed eroi nuragici sostituiti dai nani sassaresi schiavi delle frustrazioni, la partecipazione emotiva raggiunge lo zenit. A dispetto della penuria dell’ipnotica lentezza necessaria ad appaiare la crudezza oggettiva degli scoppi di violenza, talora un po’ telefonati, e l’intelaiatura surrealistica, che nella fase conclusiva penetra la complessità del cortocircuito onirico, Angius getta nell’epilogo una luce rilevante all’effigie delle zone d’ombra. Che sembrano banalizzate dalle modalità esplicative dei dialoghi e, viceversa, valorizzate dagli eloquenti silenzi. Al contrario la performance fornita dal misconosciuto Riccardo Bombagi nelle vesti del ragazzotto che interrompe l’irritabile silenzio, impregnando il fiume in piena delle sfide lanciate a raggiera con l’eco degli energici prozii, spiazza le percezioni ordinarie. Stefano Deffenu conquista la palma del migliore nella parte dell’erede peggiore. Riscattato dall’onore delle armi concesso all’orrore del dolore dalla filosofia popolaresca degli eterni losers. I giganti, nell’investigare i moti d’ira e d’affetto dei sensibili perdenti, può dunque vincere i premi destinati ai pesi massimi sovvertendo gli iniqui parametri di giudizio.

 

 

Massimiliano Serriello