I giorni bianchi: un dramma pubblico e privato

Davide Alfonsi, Denis Malagnino e Marco Pocetta, che avevamo conosciuto come collettivo Amanda Flor con i film Il codice del babbuino, Ad ogni costo e La Rieducazione, tornano con un’opera disperata, distaccata, fredda come una lama di un coltello: I giorni bianchi, dal 28 Aprile 2021 su Sky Prima filma, Amazon Prime Video, Apple Tv Plus, Chili, The Film Club, Rakuten e Google Play.

Non ci sono più le periferie, lo slang ostentato e l’umorismo cinico del passato; con I giorni bianchi si assiste alla messa in scena di una tragedia che si consuma asetticamente e silenziosamente all’interno delle pareti domestiche di un appartamento qualunque.

Il film è volutamente minimale, sfrondato del superfluo. Anche i dialoghi sono quasi azzerati, laddove si limitano a fornire le coordinate essenziali per comprendere le dinamiche che si instaurano tra i tre personaggi della vicenda. Lo spunto di partenza, che costituisce anche lo sfondo su cui si sviluppa la storia, è la pandemia. I giorni bianchi inizia proprio con le parole del premier Conte che cerca di spiegare la situazione, invitando la popolazione a rispettare le tristi e ben note misure restrittive. Pubblico e privato, dunque, si trovano ad amalgamarsi pericolosamente, dando corpo a una miscela esplosiva. Le tensioni che già da tempo covavano nel nucleo familiare si amplificano per la condizione di forzato isolamento che si viene a instaurare. Ma ciò che è interessante del film è la gestione della materia emotiva, poiché tutto avviene sommessamente, senza grande strepiti, al di fuori di qualunque stereotipo di spettacolarizzazione.

E tale caratteristica rispecchia anche abbastanza fedelmente lo stato attuale, considerando la disperazione che spesso monta senza fornire particolari segnali preliminari. A un certo punto, qualcosa accade e, allora, si tratta di fare i conti con la realtà. In questo senso, I giorni bianchi fotografa con sguardo entomologico la contemporaneità. I personaggi sono come pesci che si muovono in un acquario, non hanno via di uscita, possono solo sperare che l’ossigeno non finisca. Ma l’assenza di prospettiva, di fiducia nel futuro, di una possibilità di salvezza non manca di aleggiare pesantemente, facendo avvertire un’angoscia via via sempre più grande, che erode le certezze, disorienta, sgomenta. Particolarmente riuscito è il personaggio interpretato da Daniele Malagnino, un disabile bisognoso di accudimento: i suoi capricci, spesso espressi con accanimento, con un’ostinazione linguistica esasperante, ben restituiscono il crescendo del conflitto interno.

In generale, poi, si nota, rispetto ai film precedenti una maggiore cura nella direzione degli attori. Bravi, in tal senso, Denis e Simona Malagnino. Per comprendere appieno lo spirito che ha animato la realizzazione del film, il modo migliore è riferire le parole di uno dei registi del film, Davide Alfonsi: “Tre personaggi esemplari dell’Italia di oggi condividono i loro giorni di quarantena. Un maschio schiacciato da responsabilità più grandi di lui, una donna sterile che agogna una maternità impossibile, un demente in balia di deliri calcistici. Un cane a guardia della normalità che sta andando a pezzi, nella ripetizione automatica di gesti e azioni, che malcelano il seme della follia, nell’assordante cacofonia di elettrodomestici, sotto lo sguardo di ammennicoli, casa rifugio di insetti vivi e morti. Di fuori un mondo che non esiste più, dal quale provengono solo le voci metalliche dei gerarchi che salmodiano numeri e dati”.

 

 

Luca Biscontini