I segreti di Wind River, nel bianco Wyoming la neve si tinge di rosso sangue

Wyoming, riserva indiana di Wind River. Al cacciatore Cory Lambert (Jeremy Renner) viene chiesto di scovare l’animale che ha sbranato alcuni capi di bestiame. Durante la caccia in solitaria, però, Lambert scopre, quasi sepolto sotto una neve perenne, il cadavere della giovane Natalie Hanson (Kelsey Asbille Chow), figlia del suo caro amico Martin (Gil Birmingham). È omicidio e si comincia a indagare con la guida di Jane Banner (Elizabeth Olsen), agente della FBI di Las Vegas, e di Ben (Graham Greene), capo della polizia tribale. Le indagini si rivelano più complesse del previsto e rischiano di perdersi lungo la pista che fa ricadere i sospetti prima su Chip (Martin Sensmeier), fratello drogato della vittima, poi sul suo fidanzato Matt (Jon Bernthal), vigilante in una società petrolifera dell’area. Alla fine, però, grazie all’aiuto decisivo di Lambert, viene fuori una verità molto più scioccante e brutale di ciò che si poteva immaginare.

Con I segreti di Wind River Taylor Sheridan confeziona una storia che è molto di più del solo racconto di un’indagine per omicidio, sebbene l’intreccio ricalchi, all’apparenza, le orme del classico thriller.

Una storia intimistica che, con discrezione e sensibilità, mescola il presente all’oscuro e irrisolto passato del cacciatore che, anni prima, ha perso la figlia in circostanze misteriose. Una storia di crescita obbligata che costringe la giovane e inesperta agente Banner a fare i conti con le proprie paure e la propria inesperienza. Una storia di vendetta dove la caccia agli assassini del presente diventa una forma di risarcimento per i torti subiti nel passato. Una storia di riscatto che dà voce a una terra di confine dimenticata e alle donne della riserva scomparse nel tempo e mai ritrovate.

Nella natura ghiacciata e silenziosa di Wind River tutto procede in modo lineare, con una lentezza un po’ eccessiva e senza sorprese o colpi di scena. Sheridan, però, sa evitare il rischio di una sceneggiatura noiosa. Smorza con intelligenza l’indolenza del racconto tramite momenti d’azione e sparatorie cariche di tensione, con immagini di una forza tale da far percepire, quasi a livello fisico, la drammaticità degli eventi. Scioglie l’indagine attraverso un’originale e improvvisa epifania evocativa. Alla fine, quello che rimane è la raffigurazione di una realtà dura e implacabile che non lascia scampo, che non concede redenzione, che consente solo ai più forti di sopravvivere. E che per questo ha il retrogusto, in un certo senso, della vita vera.

 

Valeria Gaetano