Ricercatori che si dimettono, allarmi sulla superintelligenza e scenari da estinzione dell’umanità. Ma mentre temiamo un futuro alla Terminator, forse dovremmo chiederci quanto resisterebbe la nostra società semplicemente senza elettricità, Internet e comunicazioni.
di Alessandro Cunsolo – Direttore di Mondospettacolo
Confesso di avere un problema con Terminator.
Non con il film, naturalmente. Quello continua a piacermi.

Il problema nasce quando Terminator diventa l’unica metafora possibile per parlare di intelligenza artificiale.
Computer che prendono coscienza, macchine che decidono che l’essere umano rappresenta una minaccia, sistemi militari autonomi, robot assassini e, inevitabilmente, la fine della nostra specie.
Io continuo ostinatamente a preferire Star Trek.

Un futuro nel quale la tecnologia non sostituisce l’umanità ma la aiuta a superare alcuni dei suoi limiti. Computer, androidi e intelligenze artificiali che collaborano con noi, medicina enormemente più avanzata, scarsità ridotta, conoscenza accessibile e macchine utilizzate per permettere all’uomo di vivere meglio.
Forse è una visione ottimista.
Ma non credo sia necessariamente più ingenua di quella opposta.
Perché da qualche settimana intorno all’intelligenza artificiale sta accadendo qualcosa di particolare.
Ricercatori che abbandonano aziende tra le più importanti del settore. Scienziati che parlano apertamente di rischio esistenziale. Dirigenti delle stesse società che stanno costruendo i modelli più potenti del mondo chiedono improvvisamente di rallentare.
E titoli che fino a pochi anni fa avremmo trovato in un romanzo di fantascienza sono entrati nelle pagine dei quotidiani.
“L’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti.”
Una frase del genere merita attenzione.
Ma merita soprattutto una domanda.
Che cosa sta realmente succedendo?

Gli uomini che costruiscono l’IA e poi chiedono di fermarsi
Il 9 settembre Jacob Coxon, ricercatore che aveva lavorato prima in OpenAI e successivamente in Anthropic, ha lasciato l’azienda lanciando un allarme durissimo sulla corsa verso sistemi capaci, in futuro, di migliorare autonomamente le proprie capacità.
Pochi giorni dopo altri ricercatori hanno espresso pubblicamente preoccupazioni analoghe.
E proprio oggi, 15 settembre, l’ex ricercatore di Google DeepMind Bilal Chughtai, che aveva lasciato l’azienda a luglio, è tornato a parlare pubblicamente della possibilità che sistemi estremamente avanzati possano diventare una minaccia per l’umanità.
Sono persone che conoscono questa tecnologia molto meglio della maggior parte di noi.
Liquidarle come visionari sarebbe quindi stupido.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato compiere il salto logico opposto:
alcuni scienziati temono uno scenario catastrofico, dunque quello scenario è inevitabile.
Non lo è.
L’International AI Safety Report 2026, realizzato con il contributo di oltre cento esperti internazionali, dice una cosa molto importante: gli attuali sistemi di intelligenza artificiale non possiedono oggi le capacità necessarie per determinare una perdita di controllo di quel tipo.
Esistono tuttavia segnali che richiedono attenzione: maggiore autonomia, capacità di pianificazione, sistemi che imparano a riconoscere quando vengono sottoposti a test e comportamenti che possono rendere più difficile valutare esattamente ciò che una futura IA sarà capace di fare.
Questa differenza dovrebbe essere fondamentale.
Prudenza non significa panico.
Perché proprio adesso tutto questo allarme?
Non credo esista una sola risposta.
La prima è tecnologica.
Le capacità dell’intelligenza artificiale stanno crescendo a una velocità che ha sorpreso persino molti addetti ai lavori.
Non stiamo più parlando soltanto di un chatbot al quale chiediamo di correggere una lettera.
I sistemi stanno diventando agenti capaci di programmare, utilizzare strumenti, navigare in ambienti digitali ed eseguire sequenze di azioni con un grado crescente di autonomia.
Quando una tecnologia cambia così rapidamente, preoccuparsi di ciò che potrebbe fare domani non è paranoia.
È prevenzione.
La seconda ragione, però, è economica.
Sull’intelligenza artificiale si stanno muovendo centinaia di miliardi di dollari.
OpenAI, Anthropic, Google, Meta, xAI e le aziende cinesi non partecipano semplicemente a una competizione scientifica.
Partecipano a una delle più gigantesche competizioni economiche e geopolitiche della nostra epoca.
Nessuno vuole arrivare secondo.
E questo crea un paradosso quasi perfetto.
Molti dei protagonisti della corsa sostengono contemporaneamente:
“Dobbiamo andare avanti velocemente perché se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro.”
e:
“Dobbiamo rallentare perché ciò che stiamo costruendo potrebbe diventare pericoloso.”
Entrambe le frasi possono perfino essere sincere.
Ed è proprio questo a rendere la situazione complicata.
La corsa tecnologica tra Stati Uniti e Cina rende inoltre estremamente difficile immaginare che una sola azienda o un solo Paese possa semplicemente premere il pulsante pausa mentre tutti gli altri continuano.
Esiste infine un terzo elemento.
La paura vende.
“L’intelligenza artificiale potrebbe migliorare enormemente la diagnostica medica nei prossimi dieci anni” è una notizia importante.
“L’intelligenza artificiale potrebbe sterminare l’umanità” è una notizia irresistibile.
E questo inevitabilmente influenza il racconto mediatico.
Non significa che qualcuno abbia inventato il problema.
Significa che, come spesso accade, tra un rischio scientifico e la percezione pubblica di quel rischio esiste un enorme amplificatore chiamato informazione.

E se invece avessimo paura della cosa sbagliata?
Ed è qui che vorrei capovolgere completamente il ragionamento.
Immaginiamo per un momento che Skynet non arrivi.
Niente Terminator.
Niente robot che ci inseguono per strada.
Nessuna superintelligenza intenzionata a cancellare l’Homo sapiens.
Basterebbe molto meno.
Spegniamo la corrente.
Non per cinque minuti.
Non per mezz’ora.
Per giorni.
Quanti di noi oggi potrebbero continuare normalmente la propria vita?
Niente Internet.
Niente rete mobile, quando le batterie delle infrastrutture di telecomunicazione iniziassero a esaurirsi.
Niente bancomat.
Niente pagamenti elettronici.
Niente frigoriferi.
Niente ascensori.
Niente distributori di carburante funzionanti normalmente.
Grandi difficoltà nella distribuzione alimentare.
Problemi negli ospedali una volta che generatori e carburante diventassero una risorsa da amministrare.
Trasporti, logistica, pubblica amministrazione, sistemi bancari, approvvigionamento idrico: ormai quasi tutto dipende, direttamente o indirettamente, dall’elettricità e dalle telecomunicazioni.
Un recente studio internazionale che ha analizzato 28 grandi blackout ha individuato effetti a cascata proprio su telecomunicazioni, trasporti, acqua, alimentazione, finanza, sanità, sicurezza, amministrazione pubblica e produzione industriale. Uno degli elementi più critici, nei blackout prolungati, diventa addirittura qualcosa di apparentemente banale: avere abbastanza generatori e abbastanza carburante per alimentarli.
Non stiamo parlando di fantascienza.

Il 28 aprile 2025 Spagna e Portogallo hanno sperimentato un blackout gigantesco provocato da una complessa concatenazione di problemi della rete elettrica europea.
Treni fermi.
Semafori spenti.
Milioni di persone senza elettricità.
Il traffico verso alcune infrastrutture fondamentali di Internet diminuì fino al 70%.
E il blackout durò ore, non settimane.
Ora proviamo a immaginare la stessa situazione per sette giorni.
O quindici.
Il problema non sarebbe più ricaricare lo smartphone.
Il problema diventerebbe mantenere organizzata una società di milioni di persone.
Jena Plissken aveva capito tutto?
Chi ama il cinema ricorderà il finale di Fuga da Los Angeles.
Jena Plissken, interpretato da Kurt Russell, compie un gesto semplicissimo e terribile: spegne tecnologicamente il mondo.
E improvvisamente la civiltà deve ricominciare senza tutto ciò da cui era diventata dipendente.
Quando vidi quel finale, era fantascienza.
Oggi mi sembra quasi una domanda politica.
Quanto della nostra civiltà esiste ancora indipendentemente dalla tecnologia che la sostiene?
Abbiamo costruito sistemi straordinariamente efficienti.
Ma efficienza e resilienza non sono necessariamente la stessa cosa.
Una società che funziona magnificamente quando ogni elemento della rete è disponibile può diventare incredibilmente vulnerabile quando uno degli elementi fondamentali viene meno.
E le cause potrebbero essere moltissime.
Un guasto.
Un evento climatico estremo.
Una tempesta solare particolarmente intensa.
Un attacco informatico.
Un sabotaggio.
Una guerra.
Un errore umano.
Non serve necessariamente una IA cattiva.
E se proprio l’intelligenza artificiale fosse parte della soluzione?
Arriviamo allora al paradosso che trovo più interessante.
Abbiamo paura che l’intelligenza artificiale possa rendere fragili le nostre società.
Ma un giorno potrebbe essere proprio l’intelligenza artificiale ad aiutarci a renderle meno fragili.
Una IA progettata correttamente potrebbe individuare in tempo reale anomalie nelle reti elettriche.
Prevedere guasti prima che diventino blackout.
Riorganizzare automaticamente una rete energetica isolando le parti compromesse.
Gestire microreti locali.
Ottimizzare le scorte di carburante destinate agli ospedali.
Ricostruire sistemi di comunicazione d’emergenza.
Coordinare trasporti, soccorsi e distribuzione degli alimenti durante una crisi.
E in futuro sistemi intelligenti sufficientemente autonomi potrebbero continuare a cercare soluzioni anche quando una parte delle infrastrutture normalmente utilizzate dall’uomo non fosse più disponibile.
Ed ecco dove la mia visione torna più vicina a Star Trek che a Terminator.
Non voglio una macchina che decida al posto dell’uomo.
Voglio una macchina capace di aiutare l’uomo quando l’uomo da solo non riesce più a gestire la complessità che lui stesso ha creato.
È una differenza enorme.
Il vero pericolo non è l’intelligenza
Forse il problema, in fondo, non è quanto intelligente diventerà l’IA.
Il problema è come la inseriremo nella nostra società.
Una tecnologia potentissima senza regole può diventare pericolosa.
Una tecnologia potentissima concentrata nelle mani di pochissimi soggetti può diventare pericolosa.
Una società che delega completamente alla tecnologia ogni funzione fondamentale senza costruire sistemi alternativi diventa pericolosamente fragile.
Ma la risposta non può essere avere paura dell’intelligenza.
La risposta deve essere costruire intelligenza, sicurezza e resilienza insieme.
Gli scienziati che lanciano l’allarme fanno bene a costringerci a porci delle domande.
Dovremmo ascoltarli.
Ma ascoltare qualcuno non significa necessariamente condividere la sua previsione più catastrofica.
Il rapporto internazionale sulla sicurezza dell’IA riconosce infatti apertamente che tra gli stessi esperti esiste un profondo disaccordo sulla probabilità degli scenari di perdita di controllo: alcuni li considerano plausibili, altri estremamente improbabili.
E forse questa è la posizione più razionale possibile.
Non deridere il rischio.
Non trasformarlo in religione.
Studiare.
Prevenire.
Prepararsi.
E continuare a costruire.
Perché fra il paradiso tecnologico di Star Trek e l’inferno di Terminator esiste probabilmente un terzo futuro.
Quello che sceglieremo noi.
E prima di preoccuparci esclusivamente del giorno in cui una macchina potrebbe decidere di spegnere l’umanità, forse dovremmo assicurarci di sapere cosa fare il giorno in cui, molto più banalmente, si spegnerà la luce.
Alessandro Cunsolo
Direttore di Mondospettacolo