Il bene mio: ricordiamoci di ricordare

Direttamente dalla settantacinquestima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – sezione Giornate degli Autori – alle nostre sale, Il bene mio, ultima fatica del giovane regista Pippo Mezzapesa, si è rivelato un’ulteriore bella sorpresa del circuito (semi)indipendente nostrano.

E, ad un’approfondita lettura, in questo piccolo gioiellino possiamo notare anche importanti capitoli della storia contemporanea del nostro paese. Ma andiamo per gradi.

Ambientato a Provvidenza, un piccolo paesino collinare distrutto dal terremoto e ormai abbandonato, il lungometraggio ci racconta la storia di Elia (Sergio Rubini), unico uomo ad essere rimasto in paese, il quale, affranto dopo la prematura morte della moglie avvenuta proprio il giorno del sisma, ha deciso di non lasciare più casa sua, a dispetto di ciò che gli intimano le autorità del posto. L’uomo, tuttavia, smette presto di sentirsi solo, dal momento in cui si accorge di un’insolita e misteriosa presenza all’interno dell’abitazione.

Trattando (in modo molto più marginale di quanto possa inizialmente sembrare) i temi attualissimi dell’immigrazione e delle calamità naturali che, anche recentemente, hanno afflitto il nostro paese, Mezzapesa con Il nene mio ha, in realtà, messo in scena l’importanza della memoria, sia essa memoria storica, che memoria del nostro stesso passato. E, nel fare ciò, ha dato vita ad una sorta di favola, con un’ambientazione che ha quasi dell’irreale (e che tanto sta a ricordarci la stessa del bellissimo Montedoro, realizzato nel 2016 da Antonello Faretta) e personaggi al limite del naïf. Con tanto di momenti fortemente toccanti e simbolici, per i quali ha attinto a piene mani dallo stesso immaginario del realismo magico.

Al via, dunque, giochi di luci e di ombre all’interno di edifici abbandonati, misteriose presenze che si aggirano per casa o lungo le navate di una chiesa, così come sospetti rumori non ben definiti e luoghi talmente misteriosi e inquietanti da risultare fortemente affascinanti. Di particolare impatto, a tal proposito, il momento in cui vediamo il protagonista seduto da solo all’interno di una vecchia sala cinematografica (dove, ormai, non c’è neanche più lo schermo) a ricordare le volte in cui andava con sua moglie a vedere Balla coi Lupi (di cui sente ancora alcuni dialoghi nella sua testa).

Dal canto suo, quindi, il regista ha saputo concretizzare il tutto con una delicatezza e una cura del dettaglio encomiabili, senza mai scadere in pericolose retoriche e facili buonismi, ma cogliendo la palla al balzo per raccontarci di qualcosa (la memoria, appunto) che tutti noi sembriamo troppo spesso sottovalutare.

 

 

Marina Pavido