Il buco in testa: stilemi mélo ed elementi noir per Antonio Capuano

Dopo aver virato sulla commedia con Achille Tarallo, senza riuscire ad appaiare alla capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente la forza immaginifica delle gag surreali, l’ambizioso ed esperto regista partenopeo Antonio Capuano torna ad anteporre i tiri mancini del destino attraverso le compenetranti note gravi degli apologhi mélo.

Il buco in testa ne certifica la predilezione per gli esami comportamentistici, per i dati antropologici, per l’aguzzo senso d’appartenenza, per l’esplicito simbolismo scenico, per l’indagine fenomenologica e per le tecniche luministiche.

Anziché suonare la fanfara delle passioni, messe a tacere dai funesti strascichi degli anni di piombo, o convertire i paradigmi delle opere d’impegno civile nel realismo poetico caro ai seguaci dell’austero ed erudito lavoro di sottrazione, lo scandaglio introspettivo mantiene l’approccio scelto unendo crudezza oggettiva ed estro creativo. L’incipit disadorno infatti non deve trarre in inganno: all’essenzialità dell’antiretorica si vanno presto ad amalgamare l’ennesima ricerca del tempo perduto, sulla scorta degli incisivi flashback e dei rivelatori flashforward, ed elementi ambientali carichi di significato. A dispetto di qualche scollatura rinvenibile nell’accostamento delle sequenze nude e crude con quelle invece cifrate – per garantire un guizzo qualitativo alla trama ispirata alle traversie di Antonia Custra, che volle incontrare l’ex brigatista reo di averle ucciso il padre, vicebrigadiere del terzo reparto celere di Milano, ai tempi degli slogan sulla cosiddetta fantasia al potere, prima della sua nascita in terra campana – l’irregolarità dei compositi timbri stilistici cede il passo all’assoluta coerenza dell’intensa geografia emozionale.
L’interazione tra interni claustrofobici, su tutti l’appartamento dove l’ammutolita madre della protagonista, Maria Serra, suda in silenzio per guadagnarsi da vivere, ed esterni mitopoietici, impreziositi dalla valenza riflessiva del paesaggio alieno sia in prassi sia in spirito agli sfondi esornativi, trascende i limiti del mero bozzetto intimista.

Le battaglie interiori, l’intrico dei sogni notturni, il crescendo recitativo della ruvida ed empatica Teresa Saponangelo nel ruolo dell’incupita Maria, decisa a restituire pan per focaccia all’assassino, seguace dell’ipocrita livellamento ugualitario, colgono nel segno anche grazie all’inoppugnabile virtù dei luoghi eletti a location d’influenzare i modi di agire e reagire. Mentre Torre del Greco è rovistata appieno, nei vicoli, negli anfratti, nelle aule universitarie, sulla banchina in cui troneggia la statua del Cristo Redentore, calandovi meste ed emblematiche figure di fianco capaci comunque di esprimere la rabbia e lo sbigottimento per l’iniqua egemonia dell’attanagliante taedium vitae sul catartico amor vitae, l’effigie del capoluogo meneghino evoca gli stilemi del noir. L’arcano da svelare, sulla scorta dell’alterazione cromatica che sceglie il bianco e nero traendo partito dall’utilizzo del rosso sangue in Schindler’s list – La lista di Schindler di Steven Spielberg, concede però troppo poco al margine d’enigma per coinvolgere davvero gli spettatori desiderosi di scoprire il segno lasciato dal terrorismo lungo le vie delle metropoli infiammate dagli impeti contestatari. I sentimenti ancestrali dell’odio e della vendetta restano così confinati nelle pieghe programmatiche dei cuori in subbuglio. Impedendo al già fragile sviluppo degli eventi imprevisti di fungere da provvido antidoto allo scontato processo di pacificazione. Al contrario i valori plastici dell’immagine del treno, simbolo del viaggio di formazione ed emblema quindi del cambiamento sin dai primordi della fabbrica dei sogni, giungono al diapason.

Il bisogno di chiarimento, per vincere al contempo l’angoscia delle ingiurie giornaliere e degli implacabili fantasmi del passato, con i regolamenti delle faide camorristiche che inquinano la nitidezza dei ragguagli dell’appassionato ma volubile insegnante Fabio, colpevole di abboccare alle provocazioni d’un indispettito scugnizzo, tira a lucido gli affondi amari. Il gelo degli eloquenti silenzi, i volti neolitici, l’infantile chimera dell’avventura, le parentesi sarcastiche, frammiste al controcanto della malinconica musica extradiegetica, palesano l’assenza di un serrato dinamismo narrativo. A sopperire il perdurare di un’aura ascetica avvezza ad alcuni ghirigori, estranei al governo degli spazi e alle angolazioni nascoste, provvedono i movimenti di macchina a schiaffo da destra a sinistra, lo sprint della camera a mano, l’urto del deep focus. Legato a filo doppio con l’incomunicabilità. Scevra dai ricalchi delle parabole esistenziali di Michelangelo Antonioni. Il buco in testa, forte dell’epidermica prova dell’ormai lanciatissimo Francesco Di Leva nel ruolo del professore “impeciato” di Maria, snuda dolori feroci, costeggia innesti fantastici, con Teresa Saponangelo che ammicca al pubblico sulla falsariga dei personaggi di Incantesimo napoletano, ed emana, lontano dai crepitii dei vanagloriosi sofismi formali, la fragranza di contenuti del compatto cinema di pensiero.

 

 

Massimiliano Serriello