Esistono voci che non si limitano a vibrare nell’aria, ma scavano solchi profondi nel tempo, restituendo luce a ciò che l’oblio aveva tentato di spegnere. Incontrare il tenore Luca Lupoli significa immergersi in un viaggio dove il rigore dello studioso incontra la passione viscerale dell’artista. Insieme al soprano M° Olga De Maio e a Sergio Nuvola, Luca ha firmato un’opera che è, prima di tutto, un atto d’amore: la riscoperta di Mario Persico e della sua produzione operistica. Non è solo musica, è architettura dell’anima.

Tra i bagliori di Casa Sanremo e il prestigio internazionale dei grandi premi — come il Cartagine, che ci lega in una comune visione di eccellenza — Luca Lupoli porta avanti una missione di civiltà culturale. Con la generosità che distingue i grandi, ha scelto di non trattenere per sé i tesori ritrovati, ma di donarli al Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli, affinché le nuove generazioni possano ancora commuoversi dinanzi all’eleganza di un Novecento mai perduto.

In questa intervista entriamo nel tempio di un artista che ha fatto del Belcanto un ponte tra il passato e l’infinito.

Luca, questa ricerca su Mario Persico sembra nascere da un’urgenza del cuore. 

Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la tua voce doveva farsi custode di questa eredità?

Ci sono momenti nella vita di un artista in cui la scoperta assume la forma di una chiamata.

Per me è accaduto sfogliando alcuni documenti legati al Teatro di San Carlo di Napoli: tra quelle pagine, quasi come una traccia lasciata dal tempo, apparve il nome di Mario Persico. Non era un nome del tutto sconosciuto, ma sembrava appartenere a una zona d’ombra della memoria musicale. In quel momento ho percepito che dietro quelle poche righe si nascondeva una storia più grande, una voce che aspettava semplicemente di essere ascoltata di nuovo. 

Da lì è nata una ricerca che non è stata soltanto musicologica, ma profondamente umana.

Il compositore Mario Persico è diventato così oggetto di studio e di ricerca non solo per me, ma anche per il soprano Olga De Maio, con la quale condivido questo percorso artistico e culturale. 

Anche Olga si è formata, laureata e ha insegnato presso lo stesso Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli, dove ha dedicato a Persico la propria tesi per il conseguimento della Laurea specialistica in Discipline Musicali – Canto e Coralità.

Questo legame accademico ha reso la nostra ricerca ancora più significativa, perché il percorso formativo di Persico si intreccia con la storia stessa di quella istituzione musicale. Non va dimenticato infatti che la storica Biblioteca del Conservatorio — una delle più importanti al mondo per il patrimonio musicale che custodisce — fu fondata proprio da Saverio Mattei, avo del compositore.

Un momento decisivo è stato poi l’incontro con il dottor Sergio Nuvola, nipote di Mario Persico, che desidero qui ringraziare profondamente. Con grande entusiasmo ha creduto nel progetto e ci ha aperto le porte del salotto di famiglia di Persico, dei suoi archivi privati e dei documenti conservati nel tempo. Ma soprattutto ci ha donato qualcosa di ancora più prezioso: la memoria viva. Attraverso i suoi racconti, gli aneddoti e i ricordi sullo zio Mario abbiamo potuto ascoltare una testimonianza diretta che ha restituito al compositore non solo la sua dimensione artistica, ma anche quella umana.

Nella mia recensione ho parlato di “aristocrazia del sentimento”. In un’epoca così frenetica, come si educa il pubblico moderno a riscoprire questa eleganza?

L’aristocrazia del sentimento non è nostalgia, ma una qualità dello spirito. Persico possedeva questa dimensione: la sua musica non cercava l’effetto immediato, ma costruiva un clima emotivo fatto di equilibrio, misura e profondità. In un’epoca dominata dalla velocità, il compito dell’artista è proprio quello di restituire al pubblico il tempo dell’ascolto. Educare all’ascolto significa educare alla sensibilità, alla bellezza, alla capacità di fermarsi davanti a un’opera d’arte e lasciarsi attraversare dalla sua emozione.

Il volume non è solo teoria, è vita vissuta. Com’è stato lavorare con Sergio Nuvola e respirare l’aria dell’Archivio di famiglia?

Entrare nell’archivio privato della famiglia Persico è stato come attraversare una soglia del tempo. Gli spartiti, le lettere autografe, le fotografie raccontavano una storia che nessun manuale avrebbe potuto restituire. In quei documenti si percepisce il respiro di un’epoca, il dialogo tra artisti, la dimensione quotidiana della creazione musicale.

La prefazione di Michelangelo Iossa e quella di Fabio Armiliato danno un peso scientifico importante al volume. Quale aspetto della produzione operistica di Persico li ha colpiti di più?

Credo che entrambi abbiano riconosciuto nella musica di Persico una qualità molto rara: la capacità di coniugare rigore compositivo e sensibilità teatrale. Persico appartiene alla tradizione del grande melodramma italiano, ma possiede anche uno sguardo aperto alle influenze europee del suo tempo. In lui convivono la lezione del verismo e una dimensione più intima, più psicologica.

Dalle luci di Rai Sport e Casa Sanremo alla solennità dei saggi musicologici: come riesci a mantenere intatta l’autenticità del Belcanto?

Il Belcanto è prima di tutto una disciplina interiore. Non dipende dal luogo in cui si canta, ma dal rispetto verso la musica e verso il pubblico. Che si tratti di un grande teatro o di un contesto più popolare, l’obiettivo resta sempre lo stesso: restituire la verità della musica.

Il tuo sodalizio con Olga De Maio è pura sinergia artistica. In che modo la vostra unione ha influenzato la narrazione di questo libro?

Con Olga condividiamo, oltre alla vita di coppia — essendo compagna di vita e di arte — una visione profonda della musica come esperienza culturale e umana. Il nostro dialogo artistico ha influenzato molto la costruzione del saggio, perché ogni pagina nasce dall’incontro tra la prospettiva dello studioso e quella dell’interprete.

In questo percorso non siamo stati soltanto ricercatori, ma anche esecutori delle pagine liriche di Mario Persico, che abbiamo avuto l’opportunità di proporre in numerosi concerti ed eventi di presentazione del volume. Attraverso queste esecuzioni abbiamo cercato di restituire alla musica di Persico la sua dimensione viva, quella per cui era stata concepita.

Il nostro intento è sempre stato quello di diffondere al più vasto pubblico possibile la conoscenza della cultura musicale, anche di autori meno noti ma di grande valore artistico. Questa è una delle finalità che da oltre trent’anni anima la storica Associazione Culturale “Noi per Napoli”, di cui oggi siamo rappresentanti legali e artistici, raccogliendo l’eredità della sua fondatrice Dott.ssa Emilia Gallo.

Il Premio Cartagine è un riconoscimento alla carriera e all’impegno umano. Cosa provi nel sapere che la tua arte viene riconosciuta come valore sociale e culturale?

È una grande responsabilità. Quando l’arte viene riconosciuta come valore sociale significa che ha saputo creare un dialogo con la comunità. L’artista non è solo interprete di bellezza, ma anche custode di una memoria collettiva.

La donazione al San Pietro a Majella è un “atto d’amore collettivo”. C’è un documento che ti ha colpito più degli altri?

La donazione al Conservatorio “San Pietro a Majella” è stata per noi un gesto profondamente simbolico. Su richiesta della Direttrice della storica Biblioteca del Conservatorio abbiamo scelto di donare proprio la prima edizione del saggio dedicato a Mario Persico, perché nella ricchezza dell’immenso patrimonio custodito in quella istituzione mancava proprio questo tassello della storia musicale del Novecento.

È stato emozionante pensare che il nostro lavoro potesse entrare a far parte di un luogo così importante per la cultura musicale internazionale, accanto a un patrimonio straordinario di autografi musicali, manoscritti e lettere di grandi compositori. Sfogliando quei documenti si ha davvero la sensazione di percepire il respiro di un’epoca.

In questo senso la donazione non è stata soltanto un atto formale, ma un gesto di restituzione: riportare la memoria di Mario Persico proprio nel luogo che appartiene alla sua storia e a quella della grande tradizione musicale napoletana.

Qual è oggi il tempio più sacro per Luca Lupoli?

Il tempio più sacro resta la memoria culturale condivisa. Ogni luogo in cui la musica riesce a creare comunità diventa un tempio: può essere un teatro, un museo, un auditorium, una piazza, ma anche il web o la televisione.

Non conta soltanto il luogo fisico — pur con tutto il suo valore storico e simbolico, con le suggestioni e i riferimenti culturali che diventano scenografia e cornice della rappresentazione — ma soprattutto l’apporto dell’artista e dell’interprete.

Il ruolo sociale dell’interprete è infatti quello di far rivivere l’opera d’arte nel momento dell’esecuzione. Ogni volta che la musica torna a risuonare davanti al pubblico, l’artista diventa in qualche modo ricreatore dell’opera stessa, riportandola alla vita e rendendola nuovamente presente nel nostro tempo.

In questo senso il vero tempio non è soltanto uno spazio, ma l’incontro tra arte, interprete e pubblico, dove la memoria della tradizione si rinnova e continua a parlare alle generazioni future.

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