Il cattivo poeta: Sergio Castellitto è Gabriele D’Annunzio

Portare al cinema con Il cattivo poeta l’amaro crepuscolo di un gigante della Storia come Gabriele D’Annunzio costituisce senz’alcun dubbio una sfida assai stimolante. Ma al tempo stesso colma d’insidie. Per Matteo Rovere nelle vesti di produttore. Per Gianluca Iodice in cabina di regia. E, soprattutto, per Sergio Castellitto.

L’impegnativo lavoro dell’esperto attore capitolino sul personaggio, chiamato il Vate in virtù dell’eccezionale carisma tanto da uomo d’azione, nell’inferno della grande guerra, quanto da letterato estroso ed edonista, rappresenta forse l’unico, autentico, motivo d’interesse agli occhi del pubblico meno scaltrito. Attratto dai colpi d’ala del radicalismo mimetico, alla Robert De Niro, e dell’aderenza fisica al genio agli sgoccioli. Col cranio, scrigno dell’incontestabile forza significante dei toccanti pensieri sull’imminente fine, in bella mostra.

Gli spettatori più propensi invece al rapporto tra immagine e immaginazione storceranno probabilmente il naso dinanzi ad alcune discutibili componenti manieristiche del ritratto d’epoca. Mentre l’ambientazione, predisposta dall’attenta scenografia, beneficia dell’apprezzabile cura dei dettagli, i modi espressivi ed evocativi affidati all’insita rilettura della realtà in chiave onirica, sulla falsariga dell’illustre collega britannico Peter Greenaway, palesano l’impasse delle mire velleitarie. Dietro di cui si cela uno stile ancora troppo televisivo per poter conferire ai mezzi busti, alle statue, agli elementi simbolici dell’architettura fascista, giustapposta al Vittoriale degli italiani dove D’Annunzio coniugò la vita all’imperfetto, i timbri euristici ed empatici della geografia emozionale. Chiamata in causa a ogni piè sospinto, nell’ambito della narrazione, per mezzo di scontate modalità esplicative. Sprovviste del carattere d’ingegno creativo in grado di convertire l’ordinario viaggio iniziatico in un sorprendente percorso allegorico. Senza l’idonea scoperta dell’alterità, attraverso lo sguardo avventizio ed ergo onesto del giovane federale di Brescia Giovanni Comini, Il cattivo poeta concede parecchie insipidezze. Dai consorzi domestici, coi brindisi attanagliati sin dall’incipit dagli oscuri presagi, all’impatto con la Città Eterna. Regredito il senso di vertigine mentale a precario cortocircuito, che svilisce l’indispensabile diritto alla fantasia, l’inane coinvolgimento estetico lascia alla mera perizia delle inquadrature l’ingrata incombenza di sopperire alle banalità dell’esplicita polemica morale. Dipinta sull’istrionico volto di Achille Starace, devoto segretario del Partito, deciso a sopprimere sul nascere qualunque dissenso.

Anche da parte del celebre poeta combattente. Ritiratosi ormai da molti anni nella gabbia dorata sul Gardone Riviera. L’assoluta mancanza di sfumature, necessarie ad andare oltre le prospettive monocorde, trascina il mix di crudezza oggettiva ed elaborazione chimerica nel mesto novero delle idee prese in prestito. Lo sforzo di promuovere i plagi camuffati da omaggi in citazioni di culto, con Vincere di Marco Bellocchio nelle vesti di implicito convitato, appare subito vano. Il rapporto maestro/allievo segue la medesima linea di Scent of a woman e City Hall. Castellitto però, rispetto ad Al Pacino, non sa conciliare sottorecitazione ed empiti passionali. Di conseguenza lo spettacolo di secondo rango rappresentato dalle continue lezioni ripartite da D’Annunzio all’ingenuo Comini, completamente a rimorchio dei suoi noiosi assoli narcisistici, soffre d’insistiti squilibri. Compensati alla bell’e meglio dalle figure di fianco: Amélie Mazoyer, Giancarlo Maroni, il commissario Rizzo ed Emy Heufler. La corte delle amanti, delle domestiche e degli scudieri del poeta, ribattezzato altresì Comandante, antepone ai fatui compiacimenti intellettualistici l’apprezzabile concretezza dell’arco psicologico. Che contempla l’angoscia, la speranza, la rabbia, la rassegnazione del Vate. Desideroso di convincere Mussolini a non salire sul treno tedesco. Persuaso che l’alleanza con la Germania preannunci un disastro destinato a ripercuotersi sulle successive generazioni. Ai toni realistici degli interni, con i libri, i tavoli, gli oggetti, lo scrittoio sugli scudi, non corrisponde l’opportuna dimensione antropologica ed etnologica dell’habitat esterno.

L’anfiteatro, ridotto ad abbattuto bacino di carenaggio in attesa di fondi, il veliero arenato, che sancisce l’illusione dell’avventura, il complesso monumentale, ben lungi dal perdere la deleteria immobilità per acquisire la magia dello slancio visionario, i giardini, l’immenso parco, percorso da fantasmi e ammiratori sporadici, stentano a riverberare gli stati d’animo in subbuglio. Il confronto a distanza per mezzo delle programmatiche soluzioni luministiche col consenso di folla del Duce, l’effigie dell’incupita terrazza domestica, i tagli di luce ivi connessi appartengono al repertorio della favola traslata. Che diviene un incubo. All’insegna della falsificante egemonia etica dello spirito anarchico e del livellamento egualitario, mai appartenuto a D’Annunzio, sul richiamo all’autorità retta, sui legami di sangue, sulla valenza del mito. Le sequenze concernenti gli istinti libidici e la schiavitù della droga sono tirate via in maniera elementare. Viceversa quelle con gli scorci cartolineschi vagheggiano una profondità estranea alle corde dell’intera troupe. Incluso Castellitto. Che vampirizza il film in cerca di applausi. Trascinando i palpiti di umanità del Vate nel ridicolo involontario. Il cattivo poeta, incapace di rimediare coi caldi (auto)elogi all’enfasi recitativa alle zone di freddezza dovute alla scarsa suggestività dei deleteri mausolei, sa molto di predicatorio ed è povero d’acume. Nulla a che vedere, quindi, con la fabbrica dei sogni.

 

 

Massimiliano Serriello