Il complicato mondo di Nathalie: non è facile avere cinquant’anni

Una madre e una figlia. Entrambe molto belle. Alle soglie dei cinquant’anni una, appena diciottenne l’altra. E una naturale competizione generazionale. Naturale, ma anche piuttosto singolare, se si pensa che chi si sente in competizione, in questo caso, è proprio la madre, in piena crisi di mezza età e invidiosa della giovinezza di sua figlia.

Singolare e complicato. Proprio come lo stesso titolo del lungometraggio afferma, Il complicato Mondo di Nathalie è la seconda fatica dei cineasti francesi David e Stéphane Foekinos, i quali hanno voluto raccontare le disavventure di Nathalie (Karin Viard), appunto, una donna ancora affascinante, con un lavoro che ama, ma in pieno esaurimento nervoso. Al punto da farsi quasi terra bruciata con amici e famigliari.

Una storia interessante, quello sì, ma anche assolutamente non facile da portare avanti, viste le numerose complicazioni del caso. Ciò che i registi hanno fatto, infatti, è mostrarci inizialmente una Nathalie scontrosa, antipatica, quasi odiosa, addirittura dipinta come una sorta di madre snaturata. E poi, pian piano, ecco prendere piede il suo cambiamento interiore.

Interessante operazione, indubbiamente. Eppure, proprio quando si trattano temi tanto delicati quanto ricchi di sfaccettature, il rischio di strafare c’è sempre. E così, purtroppo, è avvenuto anche in questo caso.

Se, infatti, da un lato il cambiamento interiore di Nathalie ci appare un po’ troppo repentino, dall’altro poco – per non dire addirittura per niente – ci convince il momento madre interpretato dalla stessa, nel momento in cui fa una scenata ai giurati del prestigioso concorso di danza classica a cui aveva preso parte la figlia.

Naturali scivoloni, che, però, all’interno di una messa in scena complessivamente convincente, fanno perdere parecchi punti a un intero lavoro dove, su tutto, spiccano le ottime interpretazioni della stessa Karin Viard e della giovane Dara Tombroff nel ruolo della figlia Mathile.

Alla Viard, dunque, la grande responsabilità di dar vita a un personaggio con il quale lo spettatore inizialmente non empatizza affatto. E la cosa le è riuscita egregiamente. Anche se è pur vero che, se vogliamo parlare di protagoniste femminili invise al pubblico e allo stesso regista, la Jasmine di Blue Jasmine di Woody Allen (interpretata da una strepitosa Cate Blanchett) ci sembra, qui, lontana anni luce.

Ma questa è un’altra storia.

 

 

Marina Pavido