Quando ha capito che le storie che voleva raccontare erano quelle che gli altri spesso non vedono?
Credo di averlo capito gradualmente. All’inizio scrivevo di viaggi, apparentemente il contrario dell’invisibile: luoghi, persone, spostamenti. Poi mi sono accorto che ciò che mi interessava davvero erano sempre gli angoli morti delle storie, le periferie, chi osserva invece di essere osservato. Probabilmente nasce anche dal fatto di essermi sentito spesso ai margini. A un certo punto ho capito che quella non era una debolezza, ma il mio punto di vista narrativo. Lì è nato il “cronista dell’invisibile”: una definizione perfetta per un autore underground.

Chi sono oggi gli invisibili che sente più vicini alla sua sensibilità umana e letteraria?
Tutti coloro che vivono uno scarto tra ciò che sono e ciò che il mondo si aspetta da loro. Possono essere persone che mettono in discussione la propria identità, chi vive ai margini sociali, chi non rientra nei modelli dominanti, ma anche individui apparentemente integrati che convivono con fragilità taciute. Mi interessano meno le categorie e più le crepe: quei punti in cui l’essere umano smette di recitare e mostra qualcosa di autentico.

Quanto conta l’ascolto nella sua vita e nel suo modo di scrivere?
Tantissimo. Non credo di essere uno scrittore che impone una visione dall’alto. Osservo, ascolto, accumulo dettagli, modi di parlare, silenzi. Molte storie nascono proprio così, piene di citazioni consapevoli e inconsapevoli. L’ascolto richiede di sospendere il giudizio, e forse è anche il modo migliore per accorgersi di ciò che gli altri non vedono. Senza ascolto i miei personaggi diventerebbero idee; grazie all’ascolto riescono a diventare persone.

Nei suoi libri ricorrono spesso identità in ricerca di sé. Che rapporto ha con questo tema?
È un tema che mi accompagna da sempre. Non credo nelle identità immutabili o definite una volta per tutte. Mi interessa il percorso attraverso cui una persona prova a capirsi, anche sbagliando. Ho sempre sperato che fosse possibile ridefinirsi oltre i paletti che la società impone. Prima di provare a cambiare il mondo, però, bisogna avere il coraggio di interrogare sé stessi.

Quanto c’è di Lorenzo Zucchi nei personaggi che popolano le sue opere?
Moltissimo e pochissimo allo stesso tempo. Nessun personaggio coincide del tutto con me, ma quasi tutti custodiscono una mia paura, una contraddizione, un desiderio o un’esperienza. In alcuni casi il legame è molto forte: penso a Mattia di In attesa del mio nome, che assomiglia molto al Lorenzo di vent’anni fa. In altri casi presto ai personaggi soltanto una sensibilità. Scrivere è anche distribuire parti di sé in vite che non si sono vissute.

Quali sono i principi che non ha mai voluto tradire come uomo e come scrittore?
L’indipendenza di pensiero. La volontà di raccontare ciò che ritengo importante anche quando non è la scelta più commerciale. E poi il tentativo di non semplificare l’essere umano: diffido delle storie che dividono il mondo in buoni e cattivi assoluti. Vorrei che i miei libri mantenessero sempre una tensione etica senza trasformarsi in sermoni. Lo scopo non è dire al lettore cosa deve pensare, ma offrirgli strumenti per farsi domande.

Che cosa spera di lasciare a chi chiude l’ultima pagina di un suo libro?
Spero di lasciare almeno un’alzata di occhi. Non necessariamente una risposta o una consolazione. Mi piacerebbe che il lettore uscisse dalla storia con uno sguardo leggermente diverso: più attento agli altri, meno disposto ad accettare l’invisibilità imposta, più capace di riconoscere la complessità umana. Se resta il desiderio di continuare a interrogarsi, allora il libro ha fatto il suo lavoro. Del resto, il mio obiettivo è portare storie che restano.

In passato ha detto che le piacerebbe essere un “autore nudo”. Che cosa significa esattamente questa espressione?
Il nudismo nasce innanzitutto come una forma di benessere e di naturalezza. È il tentativo di togliere uno strato di artificio tra sé e il mondo, un po’ come accade nella scrittura. Mi interessa l’idea di mostrarsi senza corazze, accettando fragilità, imperfezioni e giudizi altrui. In fondo i miei personaggi fanno spesso questo percorso: cercano un luogo in cui poter esistere senza dover interpretare continuamente una parte. Essere “autore nudo” significa anche questo, ma se mi invitassero a presenziare senza vestiti a un evento letterario, lo farei con grande piacere.

Bio autore

Parmigiano di nascita, milanese d’adozione, esordisce nel 2020 con la Trilogia delle
bandiere (Quante bandiere hai?, Bandiere per Tutti e Giochi senza Bandiere), raccolte
autobiografiche di racconti di viaggio in giro per il mondo pubblicate da Edizioni
Undergound?.
Poi si dedica ai romanzi: La stagione dei grandi amori (Amazon KDP), romance corale
scritto a quattro mani con Gaia Valeria Patierno; Quel che resta della memoria (Milano
Meravigliosa), romanzo breve biografia del nonno paterno internato in un campo di lavoro
nel 1943; I film belli li danno solo di notte (Edizioni Underground?), piccolo cult thriller-horror
della sottocultura; Un’altra volta sabato (Villaggio Maori Edizioni), romanzo sociale con
venature storiche ambientato in Romania; Prigionieri del nostro destino (Edizioni
Underground?), romanzo psicologico-onirico che narra il lockdown a Sesto San Giovanni; In
attesa del mio nome (Villaggio Maori Edizioni), romanzo esistenziale sull’identità di genere
nelle notti milanesi di alcol e droga; Il motore umano (La Memoria del Mondo), romanzo
industriale sulle comunità che ruotano attorno alle fabbriche; Storia di tutti i miei colpi
(Chiocciola Edizioni), narrativa femminile sullo sfondo del mondo dei circoli di tennis romani,
Soundcheck d’amore (Be Strong Edizioni), narrativa contemporanea pop lungo le tappe
della tournée di una band italiana.
È stato definito ‘il cronista dell’invisibile’ per il suo dare voce sempre ad angolature marginali
della società.

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Instagram: https://www.instagram.com/lorenzo_zucchi_autore1973/

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