Il cult Society – The horror, il sequel di Iron sky e l’horror italiano In the trap hanno segnato l’Halloween del Trieste Science+Fiction Festival

Con al proprio centro una brillante pittrice che, in preda ad un blocco creativo, viene risucchiata in una squallida Los Angeles in un inferno allucinatorio fatto di droghe, sesso e morte, il belga Bliss di Joe Begos ha chiuso a notte fonda la giornata del 31 Ottobre 2019 del Trieste Science+Fiction Festival, immerso in pura atmosfera halloweeniana.

Giornata in cui l’horror, ovviamente, ha goduto di non poco spazio, a cominciare dall’apertura con Society – The horror di Brian Yuzna, il cult movie che, datato 1989, in occasione del suo trentesimo compleanno è stato proiettato in versione restaurata per offrire a vecchi e nuovi fan del genere l’occasione di rivedere sul grande schermo la feroce critica alla borghesia americana genialmente rappresentata come gelatinoso ammasso in cui i propri disgustosi, perversi e incestuosi componenti possono fondersi a mo’ di orgia.

Cult movie al cui termine lo stesso Yuzna ha intrattenuto una conversazione con il pubblico, prima che si passasse a I am human di Taryn Southern, ovvero il viaggio di tre tra i primi cyborg al mondo e degli scienziati che lavorano per svelare i misteri del cervello umano, e al canadese Code 8 di Jeff Chan, ambientato in una società futura dove le autorità perseguitano i “diversi”, costringendo un individuo dotato di superpoteri ad accettare di lavorare per un criminale.

Un dittico di fantascienza per anticipare l’attesissimo Iron sky: The coming race di Timo Vuorensola, sequel del non poco chiacchierato Iron sky che, diretto dallo stesso regista, raccontò nel 2012 l’assurda vicenda incentrata sui nazisti miracolosamente salvatisi alla fine della Seconda Guerra Mondiale e trasferitisi sulla Luna per attaccare nuovamente la Terra settant’anni dopo.

Una fanta-commedia decisamente fuori di testa e la cui continuazione non poteva che rivelarsi ancor più folle, inscenando da un lato come la ex base lunare nazista sia diventata l’ultimo rifugio dell’umanità e rivelando dall’altro che nelle profondità del globo terrestre giace un potere che potrebbe portarlo alla salvezza o alla distruzione.

Una fanta-commedia in cui il mitico Udo Kier – già presente nel capostipite – fa ritorno addirittura in un doppio ruolo; man mano che, tra evidente influenza dalla saga Star wars ed entrata in scena di dinosauri atti ad aumentare la spettacolarità generale, l’introduzione di un’antica razza di rettiliani mutaforma consente di trasformare la movimentata oltre ora e mezza di visione in un autentico inno alla pace in fotogrammi.

Perché, con inevitabile abbondanza d’ironia, non viene risparmiato niente e nessuno, da Caligola a Bin Laden, passando per il creatore di Facebook Mark Zuckerberg, Margaret Thatcher e, soprattutto, Steve Jobs, qui addirittura fondatore di un culto religioso chiamato jobsismo (!!!).

Mentre la serata si è svolta all’insegna della nuova paura made in Italy con Blood bags di Emiliano Ranzani e In the trap di Alessio Liguori.

Il primo, omaggio all’horror degli anni Ottanta che nelle intenzioni del suo autore dovrebbe essere una sorta di crocevia tra Quella villa accanto al cimitero di Lucio Fulci e Il tunnel dell’orrore di Tobe Hooper, apre sanguinosamente per poi tirare in ballo due giovani amiche che fanno la malaugurata scelta di intrufolarsi in una casa abbandonata che è, in realtà, la dimora di una mostruosa creatura assetata di sangue.

Creatura il cui look artigianale e privo di ritocchi digitali lascia purtroppo a desiderare, pur riportando nostalgicamente alla memoria i tempi di b-movie che, spesso, nel nostro paese circolavano unicamente in videocassetta.

B-movie che molte volte apparivano poco distanti dall’amatorialità proprio come nel caso di Blood bags, oltretutto penalizzato da una recitazione non sempre convincente.

Decisamente meglio va con il lungometraggio di Liguori, risultato di un’approfondita ricerca nei campi della demonologia e della possessione demoniaca che, comprendente anche una riuscita sequenza di esorcismo, guarda dichiaratamente più a The exorcism of Emily Rose di Scott Derrickson che a L’esorcista di William Friedkin.

Ne è protagonista Philip alias Jamie Paul, creatosi un labirintico appartamento in cui si è rinchiuso per proteggersi da una presenza malvagia e sconosciuta che lo perseguita ogni notte cercando di entrare.

E, anche se il twist ending non è dei più originali, l’insieme coinvolge e sfoggia una regia che, dosando a dovere gli immancabili jump scare e facendo un buon uso del sonoro e degli attori (tra cui Miriam Galanti e il veterano David Bailie), non ha assolutamente nulla da invidiare ad analoghe e più costose produzioni d’oltreoceano.  

 

Francesco Lomuscio