C’è una scena, verso metà del libro, in cui Sergio Attilio Lui sta guidando di notte lungo il Lungo Adige a Verona. È sereno, il lavoro è andato bene, pensa al figlio che sta per nascere. Poi due fari che avanzano veloci, la curva sbagliata, il boato. E lui che scrive: «Percepisco un lungo tunnel radioso, colmo di una incredibile gioia. Alla fine del tunnel vedo una luce meravigliosa calda ed intensa.» Non è retorica. È la descrizione di qualcosa che l’autore ha vissuto davvero, e lo si sente. «Il tetto dell’anima» (BookSprint Edizioni, 2026) è un’autobiografia che parte da qui, dall’incidente del 9 febbraio 1988, e da quello che arriva dopo: la nascita del figlio Enrico con una grave atresia polmonare congenita, i mesi in terapia intensiva neonatale, gli interventi chirurgici d’emergenza. Lui organizza il racconto in ordine cronologico, senza fronzoli e senza risparmiarsi. Lo stile è asciutto, diretto, spesso disarmante. In alcuni passaggi, però, il ritmo rallenta su riflessioni che tornano con angoli simili, in particolare sul tema della fede e del destino: concetti importanti nel libro, ma che in certi punti si ripetono un po’ troppo ravvicinati. Non è un difetto grave, ma si nota. Il valore del libro sta altrove: in quella capacità di stare dentro il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Le notti in ospedale, i colloqui con i medici, tutto è raccontato con una sobrietà che fa più effetto di qualsiasi enfasi. Chi ha attraversato una stagione simile riconoscerà ogni pagina. Chi non l’ha vissuta capirà qualcosa che prima non sapeva di non sapere.

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