
C’è un momento nel romanzo di Guglielmo Guzzo in cui il protagonista Seb, seduto sul suo solito masso di granito a guardare il fiume, smette di seguire il filo della canna da pesca e lascia che la mente lo riporti indietro di decenni. È un’immagine semplice, quasi ferma, eppure è lì che “Anche là tramonta il sole” rivela la sua natura più vera: un libro che funziona per accumulo, per stratificazione lenta, come certi fiumi calabresi che sembrano quieti e invece portano con sé tutto il peso delle stagioni passate. Guzzo, medico chirurgo di formazione e custode instancabile della memoria del territorio cosentino, costruisce un romanzo che parte dalla fine degli anni Sessanta e attraversa il Sessantotto, gli anni di piombo, il declino della civiltà contadina e l’individualismo che ha spazzato via le tradizioni familiari. La vita di Seb si snoda dentro questo scenario con una coerenza che non è mai schematica: il contesto storico non fa da cornice decorativa, entra nei gesti quotidiani, nelle scelte, nei fallimenti del protagonista fino a diventare carne della storia. Particolarmente riuscita è la figura della madre, che attraversa il romanzo come una presenza silenziosa e poi, con l’insorgere della cecità e della demenza, si trasforma nel simbolo più doloroso della fragilità umana. In quei capitoli la scrittura di Guzzo cambia passo, si fa più densa, quasi trattenuta, come se l’autore stesso stesse scegliendo con cura quante parole concedere a quel dolore. È la parte più intensa del libro, e anche la più necessaria. Un romanzo che non chiede pietà, ma comprensione. E spesso ci riesce.
