Nel suo Il Dio dell’amore Francesco Lagi racconta frammenti di vita vissuta, narrando del sentimento amoroso che accomuna ogni essere vivente.
Un film corale che nell’immaginario riporta in vita nientemeno che il poeta Publio Ovidio Nasone.

La storia ha inizio a Roma, nel coacervo del traffico capitolino, tra i monumenti e la storia antica della città eterna che ricordano a chi ci vive quanto l’esistenza sia sinonimo di caducità, figuriamoci l’amore. Ecco che tra i residenti e i turisti di passaggio, nel bel mezzo dei Fori Imperiali, fa capolino Ovidio, il poeta, sì proprio lui, portato in scena da Francesco Colella. Timidamente si presenta allo spettatore premettendo che l’amore è da sempre il motore che muove ogni cosa. Una riflessione però è d’uopo, poiché cara gli costò la sua visione totale e aperta sui sentimenti nell’era augustea, caratterizzata da una forte volontà di restaurare una severa condotta morale. L’imperatore, per le sue idee, lo relegò a Tomi, un piccolo porto sul Mar Nero. Il regista però rende giustizia a Ovidio, facendolo tornare nella sua amata Roma per narrare l’intreccio di personaggi in coppie in crisi, che il poeta racconta con sublimata eleganza, riappropriandosi della sua modernità che non tramonta mai. Ovidio stesso, infatti, introduce allo spettatore i protagonisti de Il Dio dell’amore: Ester, che ha le fattezze di Vanessa Scalera, una psicoterapeuta stanca di aspettare sempre la moglie Arianna incarnata da Anna Bellato, si rende conto di essersi invaghita di un suo paziente.

Questi è Jacopo alias Enrico Borello, autista di autobus follemente ossessionato da Linda, cui presta il volto Benedetta Cimatti, la quale lo aveva lasciato e che nel frattempo crede di aver trovato l’uomo della sua vita in Pietro, interpretato da Corrado Fortuna. Questi personaggi aprono altre strade dando vita ad un valzer d’incontri e amori che finiscono; in un giro di anime che vede coinvolti anche Filippo, Silvia e Ada. Quest’ultima, ovvero Isabella Ragonese resta incinta dopo un fugace incontro passionale con un suo ex compagno del liceo: proprio quel Pietro di cui si è innamorata Linda. Suo marito Filippo, che ha il volto di Vinicio Marchioni, è sterile, ma lei gli fa credere che il figlio sia proprio suo. Egli apprende la notizia con sorprendente piacere, non adombrando dubbi sulla sua paternità. Questa condizione, anzi, lo fa sentire più responsabile tanto che lascia Silvia, sua giovane amante che ha i connotati di Chiara Ferrara e che, disperata, quella stessa sera, mentre serve ai tavoli di un ristorante come cameriera, attira l’attenzione di Arianna, ormai in rotta con Ester, la quale sarà attratta della dolcezza della ragazza. Un girotondo di sentimenti, un cerchio di amanti imperfetti in cui nulla è scontato. E Ovidio, citando più o meno direttamente una delle sue opere più importanti, Le metamorfosi, descrive come i movimenti del cuore ci attraversino tutti in una realtà intrinsecamente instabile, fluida, in moto perenne e senza confini definiti.

Il film di Francesco Lagi conduce lo spettatore in una narrazione davvero peculiare che si snoda in quattro capitoli, ognuno riferito ad una stagione diversa. Attraverso personaggi molto diversi tra loro racconta emozioni altalenanti caratterizzate anche da formati video differenti, introducendo nei momenti più malinconici riprese in pellicola che richiamano lo stile degli home movies. Un’opera corale che tramite le strade di Roma rievoca perfino suggestioni col cinema di Woody Allen, grazie anche alla raffinatezza di uno script cui ha messo mano lo stesso cineasta insieme a Enrico Audenino. Il Dio dell’amore ha le caratteristiche di una commedia romantica, ma dalla forte connotazione adulta, in cui i personaggi sono disposti a tutto, perfino a cambiare, perché nulla resti immutabile, assecondando la metamorfosi che rappresenta la continuità stessa della trasformazione nella natura. Ovidio quindi non è una figura figlia di una trovata effimera, ma frutto di una ricerca, e racconta in modo maturo piccole storie del quotidiano, ma in cui il grande pubblico può ritrovarsi. Il regista lascia in sospeso le decisioni di alcuni personaggi, come se volesse donargli il libero arbitrio, concedendo loro di essere indipendenti dal volere dell’autore. E lasciare così anche all’immaginazione dello spettatore le conseguenze dell’amore.
