Il discorso perfetto: cuori infranti per Laurent Tirard

Quel certo non so che del teatro filmato al cinema esercita un ascendente piuttosto particolare sugli spettatori. Distinguere inoltre tra spettatori filmici e spettatori cinematografici per approfondire la faccenda in questione non è una passeggiata di salute.

Lo charme può fermarsi in superficie, per esempio, oppure andare sottopelle. Emozionando profondamente tanto chi guarda i film affascinanti ed epidermici nel buio della sala quanto chi se li gusta sul divano di casa. Il discorso perfetto può essere visto sia al cinema, ovviamente in sala, sia a casa.

Il punto è se vale la pena precipitarsi a vederlo, spezzando così una lancia in favore del mercato primario di sbocco della Settima arte, con la finestra di tempo del film d’arte ridotta al lumicino e dell’opera mainstream in debito d’ossigeno, o se si può tranquillamente aspettare l’approdo nell’home video. Prima occorrevano due anni per levarsi la sete col prosciutto in tal senso. Adesso bastano pure un paio di mesi. Di cosa tratta Il discorso perfetto? Dell’arte oratoria? Ed è un film commerciale sull’arte oratoria ed ergo un opera cerchiobottista? È, viceversa, un film d’arte all’insegna del nomen omen con la capacità dialettica sugli scudi? Se così fosse piacerebbe alla critica ma non farebbe un euro (con buona pace dell’ormai negletta lira) al botteghino? Le risposte agli interrogativi che vengono spontanei un po’ a tutti, belli e brutti, all’inizio della visione vanno ricercate, come sempre d’altronde, nella scrittura per immagini nel film. Perché le parole contano fino a un certo punto. Anche quando in apparenza la fanno da padrone. Il tema principale d’altronde è, a ben guardare, la situazione di stallo che si crea nel momento in cui nella vita di coppia la donna pianta baracca e burattini perché sostiene di volere una pausa. Le serve per riflettere. Per rifiatare. Per capire se l’amore ancora le pulsa nelle vene. Se l’incanto ha subìto solo ed esclusivamente una battuta d’arresto. Intanto a restare solo è lui. Adrien (Benjamin Lavernhe). Lei, Sonia (Sara Giraudeau), d’altronde, non vuole rimanere con l’altra metà della sua mela se non sente più lo stesso groppo alla gola, se non avverte la medesima complicità di un tempo, se il periodo nel quale si capivano senza bisogno di spiccicare mezza parola sembra lontano anni luce. Ed è là che interviene la cifra stilistica ed espressiva del regista. Laurent Tirard.

Se si fosse trattato d’un seguace del lavoro di sottrazione, caro allo ieratico e compianto guru transalpino Robert Bresson, la dinamica interiore sarebbe stata la star assoluta. Incontrastata. Rendendo il gioco fisionomico della recitazione, il lavoro dell’attore e dell’attrice su se stesso e su se stessa, il lavoro sul personaggio da interpretare questioni funzionali. Se non accessorie. Al contrario prende piede il teatro filmato. Bandito dal lavoro di sottrazione e, dunque, dall’egemonia della sostanza sulla ridondanza. Il discorso perfetto è perciò un film ridondante. Perché Laurent Tirard, in buona sostanza, senza pagare dazio ad alcuna ripetizione degna di nota, è un regista ridondante. Il ché non vuol dire che è un cattivo regista. Giuseppe Tornatore è un grande regista consapevolmente ridondante: mette molta carne al fuoco ed esprime la sua opinione sul mondo e sui temi trattati, con la ricerca del tempo perduto in pole position, attraverso la fusione di parecchi elementi significanti. Alcuni pertinenti. Altri meno. Gabriele Muccino, invece, è un regista ridondante convinto di andare dritto al punto in maniera scarna ed essenziale. La spia alla ridondanza malcelata è individuabile comodamente ne Gli anni più belli. Con la congerie di accenti, semitoni, contaminazione di generi ed echi, nonché controechi, che sanno, inoltre, parecchio di déjà-vu. Il discorso perfetto dapprincipio mena un po’ il can per l’aia in ricordo dei bei tempi passati, scandagliando in chiave ora introspettiva ora parodistica determinate fratture dell’anima, all’origine dell’aura contemplativa, sciorina carrelli in avanti roboanti in apparenza, che stringi stringi risultano privi della forza significante sprigionata dal dinamismo interiore dei registi eletti con pieno merito ad autori con la “a” maiuscola grazie agli eloquenti silenzi e all’incontestabile efficacia dei semitoni.

Nondimeno a lungo andare l’ovvietà della voce fuori campo, delle modalità esplicative connesse al teatro filmato cedono il passo ad alcuni segni d’ammicco perlomeno curiosi. Che rimandano in particolare a Io e Annie di Woody Allen. Rimarrebbe uno sparo nel buio, reo per di più di attaccarsi a spina al carattere d’ingegno creativo altrui, spacciando di conseguenza per propria la dote di far riflettere ironicamente gli spettatori sull’alfabetismo sentimentale affrontato da alcuni autori poco spiritosi in modo serioso e talvolta persino barboso, se ad alzare decisamente il tiro non provvedessero le opportune tecniche di straniamento. La morale è questa: Laurent Tirard mette molta carne al fuoco; parte maluccio, migliora strada facendo, non spreca le cartucce, non cala alla distanza, ha una supercoscienza del jolly da giocarsi in merito alla sconnessione dei piani visivi e temporali. Le tavolate in famiglia, gli aneddoti dell’anziano patriarca, la reminiscenza dell’intimità di coppia, le scene del matrimonio della sorella, preferite alla tentazione di attingere a Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, la tenuta narrativa che da semplicistica convinta di apparire complessa diviene densa ma al contempo lieve offrono una visione complessiva interessante. Non tale forse da spingere il pubblico a precipitarsi in sala. Però neanche da condannare Il discorso perfetto a una visione piena di sbadigli sul divano. Anche perché le immagini comunicano sempre più delle parole. Quantunque queste ultime alla fine tocchino il traguardo dell’autoironia: il regista, Tirard, merita l’elezione ad autore sciorinando la conoscenza intima della materia trattata col valore terapeutico dell’umorismo. In altre parole, siamo sempre là, con lo spirito. L’ironia. E l’egemonia dello spirito sulla materia converte i personaggi deboli, confusi e lagnosi in personaggi stralunati ed eccentrici. Talora anche empatici. Comunque sempre simpatici. Niente male allora.

 

 

Massimiliano Serriello