Il sangue di Cristo: Spike Lee cavalca un’iconografia accattivante per misurare l’evoluzione delle lotte politiche

Spike Lee a proposito di Da Sweet Blood of Jesus ha detto che è un film sugli “human beings who are addicted to blood”, incentrato su “a new kind of love story”.

Senza lasciarsi trasportare da furore esegetico, laddove si potrebbe aprire una sostanziosa parentesi sulla circostanza che Il sangue di Cristo (2014) è il remake di Ganja & Hess (1973), un horror sperimentale del drammaturgo, romanziere, attore e regista americano Bill Gunn, considerato da taluni una delle più importanti pellicole di blaxploitation dopo il celebre Sweet Sweetback’s Baadasssss Song di Melvin Van Peebles, è necessario mettere a fuoco il senso della metafora della ‘dipendenza da sangue’, altrimenti si rischia di non comprendere fino in fondo il significato generale dell’operazione cinematografica di Lee.

Il protagonista, il dottor Hess Green (Stephen Tyrone Williams), un ricco antropologo afro-americano, studioso dell’impero Ashanti, acquisisce fortuitamente, dopo esser stato colpito a morte da un suo collega instabile mentalmente con un pugnale risalente proprio all’antica civiltà oggetto dei suoi interessi, alcune facoltà soprannaturali: l’immortalità e, di contro, la necessità di bere sangue umano, di cui non può fare assolutamente a meno. Ora, prima ancora di prodursi in qualunque tipo di valutazione circa la drammaticità e l’eccedenza della situazione che viene a verificarsi, non si può evitare di segnalare che ‘il contagio’ avviene nel segno di una continuità interna alla comunità nera, reiterando nel tempo una forma di violenza e di necessità di colonizzazione che affonda le radici nel passato. Evidentemente, però, traslare nell’America di oggi le antiche inclinazioni di un popolo comporta uno slittamento di significato che ne riposiziona completamente il senso. Lee, senza tentennamenti, ci conduce subito in una chiesa battista, dove il celebrante, a suon di suadenti gospel, invita gli astanti a deporre le armi e ad ascoltare la parola di Dio, per potere meglio essere ‘investiti’ dalla Sua potenza. Vediamo Hess in disparte, assolutamente non in sintonia con l’entusiasmo generale che domina.

Appare evidente che la retorica cattolica, prima, e la violenza di cui si fa portatore Hess (che si consuma solo ai danni si altri individui di colore), poi, rivela la volontà del regista di segnalare, ancora una volta, quanto la comunità nera non sia in grado di compattarsi contro il reale nemico comune: quel bianco che ha da sempre esercitato il potere. Hess è un benestante, un nero atipico, in un certo senso, che non sfrutta la sua posizione privilegiata per condurre una battaglia in favore della sua gente; preferisce piuttosto chiudersi in una prigione dorata per evitare un mondo che percepisce come ostile, nella misura in cui lo richiama alle proprie responsabilità. A fronte di questo totale fallimento, però, a raccogliere l’eredità delle lotte passate, per intraprendere le nuove sfide del futuro, interviene, per fortuna, il femminile. Essere donna e nera, come viene detto chiaramente durante il film, è una delle peggiori iatture che possa capitare. Ma è proprio da lì, pare senza incertezze suggerirci Lee, con l’ultima sospesa sequenza in cui due donne (una, la fidanzata attuale di Hess, che ha rifiutato di lasciarsi morire, l’altra, la compagna del passato, che è ‘resuscitata’) sono ferme a ridosso del mare con lo sguardo verso l’orizzonte, che può e deve ripartire un discorso critico e di lotta troppo presto archiviato.

Spike Lee mette in scena un film interessante che pur utilizzando stilemi ampiamente già veduti non annoia mai, giacché l’iconografia proposta è totalmente trasfigurata dalla prospettiva politica in cui è saldamente inserita, sebbene stia allo spettatore mettere in atto quel mutamento di sguardo che consenta di riformare il senso di quanto visto, evitando di farlo scivolare in un cliché che, ne siamo persuasi, non renderebbe merito al lavoro del regista americano.

Da Sweet Blood of Jesus è un’opera di indubbio valore e, considerando che non ha avuto distribuzione nelle sale del nostro paese, è certamente opportuno recuperarla in home video.

Pubblicato e distribuito da Midnignt Factory, la prestigiosa collana horror di Koch Media, Il sangue di Cristo è disponibile in blu ray in formato 2.35:1, con audio in italiano e originale (DTS-HD Master Audio 5.1) con sottotitoli opzionabili. Nei contenuti extra il trailer.

Luca Biscontini