Il gatto nel cervello di Lucio Fulci è un libro di Fabio Melelli e Antonio Tentori

Noi di questo siamo sempre più convinti: se il cinema italiano è stato, negli anni passati, una florida industria lo dobbiamo soprattutto ai film di genere della nostra produzione maggiore, quella degli anni Sessanta e Settanta.

Una convinzione che, tra le righe, è stata dibattuta e confermata anche dalla storica competenza di Fabio Melelli e Antonio Tentori nel loro bel libro Il gatto nel cervello di Lucio Fulci, da poco apparso per i tipi delle edizioni Bloodbuster, un saggio che mira ad indagare, anche in maniera tenace, l’abisso creativo che portava con sé il regista Lucio Fulci.

Mai troppo amato, anzi decisamente poco stimato in patria, come altri della sua generazione, sempre tenuto ai margini dalla critica più colta e più seguita, Fulci in realtà è stato un regista di margini superiori, margini che solo dopo la sua morte sono stati riconosciuti. Una sorte già toccata in fondo ad un altro maestro del cinema di genere, Mario Bava. Fabio Melelli e Antonio Tentori sono convinti in fondo che finalmente oggi sono davvero maturi i tempi per scrivere la storia del cinema italiano anche attraverso il cinema di serie B (perché in questo ambito veniva sempre circoscritto il cinema di genere in Italia). Il regista Quentin Tarantino lo ricorda sempre: lui non sarebbe neppure nato e non avrebbe potuto fare cinema se non ci fossero stati i nostri maestri del cinema bis, appunto Mario Bava, Lucio Fulci, Antonio Margheriti, Sergio Corbucci, Fernando Di Leo, Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Sergio Martino. Proprio con l’analisi attenta e con lo studio divertito delle loro filmografie maltrattate Quentin Tarantino ha potuto capire come scrivere il copione di Pulp fiction, film vincitore poi della Palma d’oro al festival di Cannes 1998. Come dire il più prestigioso tra i festival internazionali del cinema ha potuto riconoscere come capolavoro un’opera ispirata dai famigerati film del cinema italiano anni Settanta. E Melelli e Tentori analizzando il film forse più “miserabile”, dal punto di vista del budget produttivo, di Lucio Fulci, Un gatto nel cervello, nel loro libro hanno testimoniato ancora una volta la traccia, la radice, lasciata dal nostro cinema bis nel resto del mondo. Oggi, maestri come John Carpenter, Joe Dante, Wes Craven, Sam Raimi e Robert Rodriguez continuano ad ammettere senza problemi di trovare le loro fonti rivelatrici migliori proprio in questi autori italiani, proprio in quelli che facevano il cinema di azione e il cinema horror, una risultanza di film, tutto sommato, che in Italia circolavano pure in fretta, nel silenzio più generale e nel disprezzo assoluto della critica.

Una tendenza, questa, che, forse, anche in Italia pare cambiare. Oggi, nonostante la forte crisi del settore cinema in generale, la tendenza emergente dei giovani autori italiani è quella di affidarsi al genere più popolare, al crime in particolare, come viene definito ormai il cinema poliziesco di un tempo, e sono opere che certo riescono anche ad essere prodotte, ma difficilmente ad avere un legittimo percorso in sala. Resta il mercato dei dvd, quello delle piattaforme televisive, altri modi insomma per fruire dello spettacolo, che certo, ormai di cinematografico comincia ad avere ben poco. Tra le righe del libro di Fabio Melelli e Antonio Tentori oggi si legge anche questa difficoltà. Il libro di Melelli e Tentori ha visto la luce in occasione del trentennale del film di Lucio Fulci, in sala durante l’estate del 1990, ed è ammirabile l’impegno messo dai due autori per riuscire in qualche maniera, quasi, a penetrare il cervello del regista, che in questo film si era messo anche nella posizione di attore, per interpretare proprio se stesso, e si vedeva in una veste di “ossessionato” verso i suoi film, quelli più truculenti, stile che Fulci aveva adottato già dal 1979, anno in cui girò il suo primo film horror Zombi 2. Quello che ora appare eccezionale è che, proprio con l’uso dei codici generali del cinema di azione più popolare, quindi anche con quello più horror e più splatter si è facilitato il passaggio, attraverso lo spettacolo cinema, di certi contenuti, i più estremi e i più scomodi, della società italiana del periodo. I film appunto di Lucio Fulci, e dei suoi simili, letti in tale contesto, hanno scoperchiato delle realtà altrimenti ignorate o raccontate con oscurità, spesso nascoste dietro il filtro della metafora sociale e filosofica dalla cultura cinematografica più decisa e più politicizzata. I film di genere erano delle storie tutte italiane che hanno raccontato il paese meglio di interi trattati sociologici. E cinematograficamente poi, e questo grazie ad una scuola di registi, di sceneggiatori e di produttori che sapevano, come pochi, intercettare e intrecciare cronaca, storia, costume, esperienza personale e diagnosi politica nel contesto narrativo e spettacolare di un film.

 

Giovanni Berardi