Nel panorama del thriller italiano contemporaneo, trovare un romanzo che sappia tenere insieme con coerenza l’indagine poliziesca, la critica sociale e una storia d’amore credibile non è cosa frequente. Arnaldo Ninfali ci riesce in buona misura con “Un texano a Roma – Poliziotto per caso”, un’opera che sceglie deliberatamente la strada dell’antieroe e ne trae forza. Charlie Stone, giornalista texano trapiantato a Roma, non ha nulla del detective infallibile. Litiga col suo direttore, si lascia distrarre dalla gelosia, commette errori di valutazione. Eppure è proprio questa imperfezione a renderlo convincente. Ninfali costruisce il personaggio strato per strato: il passato nei Marines abbandonato per rifiuto delle armi, la madre italiana, l’italiano con la “r” arrotata che Samantha prende bonariamente in giro. Sono dettagli che danno spessore, e si sente che dietro c’è una conoscenza affettiva del personaggio, non solo tecnica. Il modo in cui Ninfali affronta il potere economico ricorda, in modo lieve, certa narrativa noir di Massimo Carlotto: stessa volontà di mostrare come la corruzione non sia mai episodica ma sistemica. Ninfali porta questa visione dentro le strade di Roma, tra Parioli, Piazza del Pigneto e l’Isola Tiberina, con una geografia urbana precisa e priva di folklore. Una delle scene più efficaci è quella in cui Samantha, interrogando il magnate Capra, gli sostituisce il malloppo con carta straccia senza che lui se ne accorga. Ninfali la racconta con ritmo secco, quasi cinematografico, e lì si capisce che l’autore ha un senso naturale della scena. Il finale a sorpresa mantiene la promessa fatta fin dal primo capitolo: niente è come sembra, e la verità è sempre più umana e meno grandiosamente criminale di quanto ci si aspetti.

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