Il giovane Karl Marx, i cinque anni cruciali che portarono alla stesura de Il Manifesto del Partito Comunista

Si è dovuto attendere il 2018 per poter veder un film che, finalmente, raccontasse la vita (almeno una parte significativa) del filosofo che più di tutti ha influenzato il secolo scorso, incidendo sulla geopolitica del pianeta in maniera decisiva. Ma il pensiero di Karl Marx non è qualcosa da ascrivere a una nostalgia anacronistica, è sempre vitale, pronto a tornare operativo, ad animare le dinamiche politiche e alimentare quella voglia di ideali che il nichilismo postmoderno ha spazzato via senza pietà. Quindi, sarebbe incauto ritenere il materialismo qualcosa di definitivamente consegnato alla rimessa della Storia, esso è sempre capace di riemergere, fornendo nuova linfa a tutte le battaglie condotte in nome degli oppressi, di coloro ai quali è stato negato il diritto di accedere a una quota minima di quel benessere in cui si trastulla, morente, un Occidente sempre più disorientato.

Nel 1993 Jacques Derrida, l’insigne filosofo francese, pubblicava il volume Spettri di Marx, in cui nelle prime pagine scriveva: “Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx. […] Nessun avvenire senza Marx. Senza la memoria e l’eredità di Marx. […] Non c’è bisogno di essere marxista o comunista per cogliere questa evidenza. Noi tutti abitiamo un modo, certuni direbbero una cultura, che conserva, in maniera più o meno direttamente visibile e a una profondità incalcolabile, il marchio di questa eredità”.

Se l’industria cinematografica crede ora di poter affrontare direttamente un argomento considerato da sempre non trattabile, in quanto ormai archiviato e innocuo, commette un grande errore, ma ben vengano queste leggerezze; Marx è vivo, è dentro di noi, il suo spirito e la sua furia etica e teoretica non possono svanire. Noi siamo figli di Karl Marx.

A duecento anni dalla nascita del filosofo tedesco (e centosettanta dalla pubblicazione del celebre Manifesto), Raoul Peck, regista haitiano non allineato e noto per aver diretto I’m not your negro, documentario candidato all’Oscar e vincitore di un premio BAFTA, mette in scena un quinquennio cruciale, quello in cui si verificò il decisivo incontro con Friedrich Engels. Dai tempi della Gazzetta renana ai rapporti con Pierre-Joseph Proudhon, dagli incontri con Michail Aleksandrovič Bakunin (nel film interpretato dal bravo Ivan Franek) alla pubblicazione della Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico, opera con cui avviene quel rovesciamento della dialettica hegeliana con cui si scese ‘dal cielo alla terra’, dall’idealismo al materialismo, fino a cogliere quei rapporti di produzione che stanno alla base della struttura. Marx, sì Marx. Ma anche Engels, anzi, soprattutto Engels; insomma, il figlio di un ricco industriale è divenuto uno dei principali artefici della lotta contro lo sfruttamento. Una contraddizione apparentemente inemendabile (Pier Paolo Pasolini diceva che, se si era borghesi, non c’era nulla da fare, non ci si poteva in alcun modo emancipare da quella condizione). E, invece, due uomini così diversi si sono trovati a cooperare intensamente per creare quel fantasma che tanto scompiglio avrebbe portato nell’Europa e nel mondo.

Il giovane Karl Marx, assai intelligentemente, evita di entrare in profondità nella dottrina del grande pensatore (il rischio di banalizzare o fraintendere era grandissimo e probabilmente inevitabile), si limita – si fa per dire – a tracciare un itinerario in cui illumina i passaggi decisivi che contrassegnarono lo sviluppo del materialismo storico e dialettico. Vediamo Marx scagliarsi contro i giovani hegeliani, ancora incapaci di fornire una solida base teorica alle loro rivendicazioni; così come le aspre critiche mosse alla cosiddetta Lega dei Giusti che, successivamente all’ingresso della coppia dei due pensatori, divenne dei Comunisti. Ma il materialismo non vuole interpretare la realtà, vuole trasformarla, e per far ciò c’era bisogno del contributo di tutti quei lavoratori che, nella seconda metà dell’Ottocento, venivano sfruttati senza pietà dal nascente e ormai radicato sistema industriale. Per essere intesi si doveva creare un documento comprensibile, semplice, consultabile. Scritto tra il 1847 e il 1848, Il Manifesto del Partito Comunista fu pubblicato a Londra il 21 Febbraio.

A questo punto si interrompe la narrazione. Sullo schermo appare la celebre foto che ritrae Marx ed Engels con le rispettive mogli. Due uomini mossi da un insaziabile desiderio di giustizia e che hanno dedicato la propria vita, senza risparmiarsi, al conseguimento di una nuova società, nata dallo scontro del proletariato con la borghesia, dalla vittoria del primo sulla seconda.

Il giovane Karl Marx è un film onesto, ben diretto (tenendo anche conto della difficoltà di ricostruire il periodo storico), non retorico e non celebrativo, in cui, con umiltà, si è tentato di restituire un momento importante della vita e dell’opera del filosofo. Per tale motivo merita senz’altro rispetto e, soprattutto, la visione.

 

Luca Biscontini