Con il suo romanzo d’esordio Emiliano Lavorini costruisce un universo narrativo visionario in cui ogni essere ha una sola chance di creare il proprio personaggio e affrontare il Grande Gioco. Una storia che parla di coraggio, di regole messe alla prova e di cosa succede quando qualcuno osa andare davvero oltre.

Emiliano, cominciamo da un dettaglio che mi ha incuriosito: il tuo protagonista viene descritto fin dalle prime pagine come qualcuno che osserva il mondo da dietro un mantello nero, quasi invisibile, capace di imparare senza essere notato. Ti rispecchi in questa figura, o è pura fantasia?
Il mantello nero non è solo un elemento narrativo, ma una vera e propria metafora dell’apprendimento. Credo che, quando vogliamo comprendere davvero qualcosa, sia necessario porsi in una sorta di “sospensione”: un passo indietro rispetto al mondo, in una posizione di osservazione privilegiata e silenziosa. In questo senso, sì, mi rispecchio molto nel protagonista. Quel mantello rappresenta l’estraneazione necessaria per osservare senza filtri, come se volessi dire al mondo: “Non curatevi di me ora, avremo modo di confrontarci più tardi”.
A tratti il libro accelera molto, soprattutto nei capitoli centrali dove si saltano ere intere in poche righe. Hai mai avuto la tentazione di rallentare, di indugiare di più su certi passaggi? Insomma, non ti è sembrato a volte di sacrificare qualcosa per amor di sintesi?
La scelta di accelerare il ritmo, specialmente nei passaggi che attraversano le epoche, è stata deliberata. Ho concepito questo romanzo come un’avventura dal passo serrato, preferendo dare priorità alla dinamicità della trama rispetto al rigore di una cronaca storica. L’obiettivo era proprio quello di mettere il cuore della vicenda al centro, utilizzando gli eventi storici come impalcatura necessaria, ma senza lasciarmene vincolare. Credo che questo approccio permetta di soddisfare due tipi di lettori: chi cerca l’immersione immediata in un’avventura incalzante e chi, con uno sguardo più attento, saprà cogliere gli elementi che in maniera sottile lo porteranno al centro della narrazione.
C’è una scena che mi ha colpito parecchio: il protagonista parla davanti all’assemblea e dice che il suo personaggio non è stato creato contro gli Arbitri, ma per riflettere loro stessi, uno specchio in cui forse si scopriranno “più vivi di quanto abbiate mai immaginato”. Quanto di quel discorso è anche il tuo modo di vedere il rapporto tra scrittore e lettore?
Assolutamente sì. Quel discorso rispecchia fedelmente il mio modo di intendere la scrittura. Il mio obiettivo è che il romanzo agisca come un catalizzatore: la storia deve farsi mezzo per un’esperienza personale. La soddisfazione più grande, per me, è proprio immaginare il lettore che, avanzando tra le pagine, giunge a quel momento di illuminazione in cui il centro della storia diventa finalmente chiaro e, con un sorriso di complicità, realizza che ciò che sta leggendo parla, in fondo, anche di lui.
Questo è il tuo esordio narrativo. Hai già in mente cosa verrà dopo, o preferisci lasciar sedimentare questa esperienza prima di decidere?
In questo momento, tutta la mia attenzione è rivolta a questo esordio: ho bisogno di vivere appieno il momento in cui il libro incontra finalmente i primi lettori. Credo che ogni opera richieda il suo tempo per trovare una propria autonomia e un proprio respiro. Preferisco lasciare che questa esperienza si sedimenti e che la storia trovi la sua strada nel mondo prima di iniziare a scrivere il prossimo capitolo. Il futuro è tutto da esplorare, ma per ora il mio posto è qui, con questo libro.
