Il grande salto: Ricky e… poveri!

Esiste il destino? Vorrebbero tanto saperlo i cinquantenni Rufetto e Nello, rispettivamente incarnati da Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis e che sono le due figure cardine su cui poggia Il grande salto, debutto dietro la macchina da presa per il primo (se si esclude il cortometraggio Non dire gatto).

Scontati quattro anni di carcere a causa di un colpo andato male, sono una coppia di disperati che abitano in un quartiere periferico di Roma, con le rispettive, tutt’altro che rosee esistenze: Nello vive in miseria alla continua ricerca di una compagna, mentre Rufetto è a casa dei suoceri Aldo e Maria, ovvero Gianfelice Imparato e Paola Tiziana Cruciani, in compagnia del figlio Luchetto alias Cristiano Di Pietra e alla moglie Anna, cassiera di supermercato dalle fattezze di Roberta Mattei.

E da qui, decisi a dare una svolta alle loro nient’affatto invidiabili situazioni, i due ex poliziotti della serie televisiva Distretto di polizia si catapultano insieme, quindi, all’interno del grande schermo per progettare la rapina che potrebbe sistemarli una volta per tutte.

Ma quello che in un primo momento potrebbe apparire agli occhi dello spettatore come l’ennesimo heist movie mirato a seguire le orme del super classico I soliti ignoti di Mario Monicelli prende poi, in realtà, una direzione differente, in quanto la circa ora e mezza di visione non si concentra unicamente sulla preparazione del furto, bensì su più di un’impresa tutt’altro che legale da mettere in atto.

Anche perché ad affidare ai due un lavoretto fuori legge da portare a termine provvede, inoltre, il ricco e disonesto Ciletta interpretato da Salvatore Striano; man mano che risulta evidente come, sebbene Il grande salto intenda rientrare nel genere della commedia, a caratterizzarlo sia un fondo altamente amaro – accentuato dai toni drammatici delle musiche di Battista Lena, efficacemente in contrasto con il resto – legato a non poche, tragiche realtà tricolori d’inizio terzo millennio.

Con un ritmo generale decisamente distante dalla verve che tende a caratterizzare i tipici prodotti volti alla facile comicità, infatti, si va dalla difficoltà a reintegrarsi nella società dopo essere stati sbattuti in prigione ai criminali che parlano di vittime da sciogliere nell’acido, passando per i nani utilizzati come ladri da nascondere in pacchi postali e, ovviamente, i grossi ostacoli che si trova ad affrontare, da sempre, la classe operaia.

Senza dimenticare brevi apparizioni per Pasquale “Lillo” Petrolo, Valerio Mastandrea, Liz Solari e Marco Giallini, nel corso di una gradevole operazione che, giocando, come di consueto, sulla romanità al fine di regalare occasioni per ridere, riesce nella chiara impresa di ricollegarsi alla tradizione della grande Commedia all’italiana anche per merito di un non banale epilogo che non può fare a meno di spingere a pensare ai tanti “mostri” di matrice risiana.

 

 

Francesco Lomuscio