Il lago delle oche selvatiche: il noir violento e romantico di Yi’nan Diao

Zenong Zhou (Hugh Hu) esce dal carcere, ma il momento di piena libertà dura un soffio. Varcate le soglie della prigione, il piccolo boss finisce immischiato in una violenta rissa tra gang rivali che si spartiscono le zone della città in cui rubare motociclette. Spara e uccide un poliziotto.

In fuga, braccato dai criminali rivali e dai poliziotti, con una taglia sulla testa Zhou cerca rifugio in un posto chiamato “Il lago delle oche selvatiche”, dove legge e polizia non esistono. Lo aiuta e lo protegge Aiai Liu (Lun-Mei Kwei), una prostituta probabilmente innamorata di lui.

Già vincitore dell’Orso d’oro alla sessantaquattresima edizione del Festival di Berlino con Fuochi d’artificio in pieno giorno, il cineasta cinese Yi’nan Diao torna con un’opera che mescola thriller, noir e romantico. Dalla prima sequenza e tutto d’un fiato, Il lago delle oche selvatiche ci immerge in uno spazio più simile ad un palcoscenico teatrale che al cinema.

La storia prende forma nelle sagome dei personaggi che si muovono in uno spazio fatto di luci, colori abbaglianti e, insieme, di ombre che definiscono i contorni di una Cina nascosta e criminale, rabbiosa e violenta. Buio e pioggia fanno da sfondo a quasi tutta la vicenda.

Eppure, nel mostrarci una crudeltà e un’efferatezza che sono tutte contemporanee, Yi’nan Diao non rinuncia a raccontare il lato romantico e delicato di una storia dei bassifondi. Il romanticismo prende forma attraverso la quasi eterea figura femminile di Liu e condisce la trama di momenti di pacata contemplazione, che si alternano al caos indiavolato del mondo criminale.

Ed è così che, con un ritmo lento e malinconico che dilata un intreccio intricato ma coinvolgente e suggestivo, procedono i centotredici minuti de Il lago delle oche selvatiche. Un intreccio che vale davvero la pensa di stare seduti a guardare.

 

 

Valeria Gaetano