Confronto all’impeccabile cura dei dettagli esibita nel coinvolgente thriller spionistico Wasp Network, connettendo nella struttura a mosaico attinta ai capolavori corali di Robert Altman ed Ettore Scola l’opportuno pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana all’emblematico beauty look degli agenti segreti avvezzi alla logica della parvenza per celare lo stress cronico dovuto all’inesausto dualismo, l’esperto regista francese Olivier Assayas con Il mago del Cremlino – Le origini di Putin muta segno.

Corre l’obbligo di capire appieno, ai fini d’una disamina critica decisa ad aiutare gli spettatori nella comprensione man mano del percorso di qualsivoglia autore affezionato ai propri cavalli di battaglia, se l’inversione di tendenza che accantona l’interazione precedente tra twist narrativo ed estetica glossy al servizio d’una prospettiva fuori del comune in merito al gruppo di spie cubane, noto come Rete Wasp (La Red Avispa), infiltrato in molteplici organizzazioni anticastriste a Miami negli anni Novanta dello scorso secolo, costituisca un’inesorabile involuzione sul versante stilistico o un’alacre variazione, carica quindi di senso, sulla tematica dell’evoluzione storica nel campo spesso minato della politica dell’ampio concetto di dualismo. Che scorge in Vladimir Putin la pietra angolare ideale per approfondire la questione in ballo sulla scorta degli aspetti chiave del passato nel cuore dell’intelligence sovietica.

Nondimeno lo scopo di Assayas non consiste nello spingere il pubblico a soffermarsi sulla raccolta riservata d’informazioni cruciali connesse ai meccanismi spionistici, predisposti per cementare l’ossessionante mantenimento del potere ed ergo indispensabili per chiarire le origini di Putin, nei limiti concessi dalla durata d’un film impossibilitato a riassumere gli eventi topici concernenti la genesi dell’attuale Presidente della Russia, bensì risiede nel riuscire ad amalgamare l’evocativo sottotesto all’attitudine a ghermire, tanto con la virtù di scrivere con la luce quanto con l’apprezzabile fluidità esplorativa dei proverbiali movimenti di macchina, il sintomatico grigiore della crudezza oggettiva. Più utile dello “splendore del vero” condotto in auge dai Giovani Turchi della Nouvelle Vague per ricavare dagli indizi nascosti nell’allusiva dinamica cromatica dei risolutivi ed epidermici colpi di scena tipo quelli portati ad effetto dallo stesso Assayas nei previi thriller a sfondo noir Demonlover e Personal shopper. La scelta d’illuminare le oscure stanze dei bottoni occupate da Putin, traendo partito dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli per puntare i fari sul consigliere per antonomasia dell’algido Zar di Mosca unitosi al KGB dopo la laurea divenendo – nel corso dell’inarrestabile ascesa da uomo di fiducia di Boris Eltsin a Primo Ministro – il capo ad interim in seguito alle dimissioni a sorpresa dell’ex leader, determina ineluttabilmente la rinuncia ai timbri semi-documentaristici a sostegno del compenetrante rapporto tra habitat ed esseri umani. E di conseguenza anche l’elemento soprannaturale connesso alla contemplazione del reale cede il passo, al pari delle svolte dell’happening ivi congiunto, agli stilemi del fatuo biopic. Seppur debitamente correlati alla predilezione di “mostrare” in linea con lo sguardo autoriale di Assayas rispetto alla necessità commerciale di “raccontare” cara alle platee di poche pretese. Ma che tipo di sguardo analitico rivolge dunque Assayas, senza attingere ancora al realismo fenomenico della Politique des auteurs, all’eminenza grigia del Cremlino, Vladislav Surkov, mutuato per esigenze di copione nello scalpitante giovane di belle speranze Vadim Baranov, impersonato in maniera quasi atonatale dal monocorde Paul Dano, e al ruolo nell’ombra ricoperto agli ordini di Putin tralignando la comunicazione in propaganda servendosi dell’arte surrettizia dell’astuta manipolazione e dell’empia disinformazione?

Le modalità romanzesche ed esplicative dell’incipit, con la biblioteca di famiglia dell’architetto del potere al crepuscolo avvezzo però sempre a citare i sagaci aforismi dei vari Machiavelli, Dostoevskij, Nabokov e Nietzsche sugli scudi mentre il giornalista artefice del libro ispirato all’incontro col consigliere ormai decaduto ed esperto di politica comparata è coinvolto nel programmatico viaggio nei ricordi dell’età verde, evidenziano la velleità degli inani colpi di gomito. Alieni, in prassi e in spirito, all’estrosa palingenesi dei valori figurativi in fulgidi ragguagli interiori. Impreziositi dal totale assorbimento dell’inidonea egemonia della componente parlata sull’allusivo ed ermetico linguaggio delle immagini. Col sorplus della facondia dialogica dell’apprendista stregone alla frutta che nello specificare a ogni piè sospinto la trasformazione dell’incupito funzionario dedito allo spionaggio in deus ex machina dell’intero ambaradam svilisce l’ausilio fornito parallelamente dai carrelli dal basso in alto, relativi all’implicita scalata nonché al raffronto del consolidato premier con la congerie di subalterni, e altresì dall’avvertita musica diegetica ed extradiegetica. L’incessante partecipazione dello spin doctor di Putin a spettacoli raffinati ed eventi roboanti, in linea con le banalità scintillanti dell’instancabile propaganda, stenta ad aggiungere il valore terapeutico dell’umorismo, conforme alle punture di spillo sarcastiche dispiegate sulla scia dello speculare contrasto evidenziato dai topòi deliberatamente agli antipodi accorpati all’unisono, insieme allo skyline reiterato di San Pietroburgo. Lo sforzo di attribuire lungo l’ampia escursione cerimoniale delle fasi canoniche ai compositi luoghi sparsi per il mondo parallelamente alle visite previste dalle strategiche alleanze le pregnanti modalità di presenza, della geografia emozionale, abituata a riflettere lo stream of consciousness degli stati d’animo, altrimenti impermeabili a ulteriori sollecitazioni, dello scaltro burattinaio. Delegato ad architettare step by step l’applicazione di democrazia sovrana. Con gli elementi formali scalzati dai riempitivi sostanziali ghermiti dall’onnivoro putinismo. Il sincretismo dunque affidato ai compositi match-cut visivi e sonori, alle bande rock giustapposte ai brani suggellati dalla tradizione locale, nel tentativo di stabilire una concordanza simbolica ed elegiaca tra l’inclinazione ad andare al sodo svelando gli assi nella manica dispiegati furbescamente dal cardinale grigio del Cremlino e la straniante sensazione della pacchia destinata presto a capitolare, veleggia, stringi stringi, in superficie.

Assayas gioca l’ultima carta rimastagli con le frecce di Cupido che deviano dal delirio d’onnipotenza all’idonea fragilità dei sentimenti il consigliere convinto dapprincipio di gestire le controversie collettive in seno alla Madre Patria prendendo spunto dalla teatralità applaudita nel buio della sala, liquidano i luoghi fatidici ed effimeri, dalla zona di guerra in Cecenia all’esilio dorato in Europa del dissidente per eccellenza di Putin con le ore contate, per consentire soltanto a un paesaggio invernale sennò ugualmente impersonale di riverberare la paura dell’ideologo del putinismo di smarrire la genuina consolazione dell’amore. La prova recitativa al riguardo dell’avvenente ed energica Alicia Vikander nel ruolo di Ksenia, che strega il consigliere convinto di attribuire un’accezione positiva allo scetticismo e al disincanto, risulta superiore d’un paio di spanne alla recitazione suggestiva nella somiglianza fisica ma deludente nel lavoro incorporeo sul personaggio di Jude Law nelle vesti dello Zar moderno. La cui reazione mimica alla piega degli eventi non risulta pervenuta. Idem con patate per il noto crescendo inserito di regola da Assayas in scenari autenticamente spiazzanti e in contesti zeppi di significati reconditi. Caratterizzati dall’apparente stabilità. La scoperta dell’instabilità e dell’alterità attraverso la routine quotidiana, che spiana di norma la strada alla struttura ciclica della trama pronta a defilarsi dinanzi allo sviluppo imprevisto fedele ai trapassi di tono dall’implosione all’esplosione, strizza l’occhio all’ossessiva resa mefistofelica delle ipotetiche zone d’ombra. Che nondimeno, a eccezione del laghetto checoviano dove l’eminenza coi nervi scoperti smarrisce e ritrova perdendo il pleonastico aplomb per guadagnarci in spontaneità, appaiono sprovviste dei rituali giornalieri che avrebbero consentito in chiave d’intrinseca cerimonia post-neorealista di rivelare negli interni recettivi il vento del cambiamento proveniente dagli esterni attivi. Sull’esempio di mirabili franchi tiratori della fabbrica dei sogni quali Roberto Rossellini ed Éric Rohmer. La catarsi dell’epilogo, nel fare perno sull’antiretorica per sottrarre la morale degli incubi a occhi aperti ai pleonastici coefficienti spettacolari da prendere con le molle, propina l’ennesima minestra riscaldata dall’autore transalpino con le polveri bagnate. Inadatto ad adattare alla tendenza a imbalsamare il tempo lo scandaglio introspettivo d’un diplomatico di professione afferrandone le incertezze incompatibili con gli apparati di sicurezza dei cosiddetti siloviki. Il mago del Cremlino – Le origini di Putin chiude quindi i battenti in passivo. A rimanere in attivo resta esclusivamente il chiodo fisso di Assayas nel trasfigurare la lingua scritta dall’impietosa realtà grazie al piglio sensibile di chi in cabina di regìa agguanta da fiero architetto del disordine le emozioni slogate, rimirate dal compianto letterato nostrano Enzo Siciliano, d’un architetto del potere che parte in quarta e termina mestamente in panne. Ad maiora, Monsieur Olivier.

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