Il male non esiste: quattro storie per Mohammad Rasoulof

Il male non esiste è un titolo discutibile per qualsiasi film. Sia esso un’opera contro la guerra, sia esso un’opera che antepone per questa o quella ragione l’alloro come simbolo al ramoscello d’ulivo. Che spesso il cinema porge, talvolta a candele smorzate come si dice a Roma, quando les jeux sont faits, citando i cugini transalpini, per spingere gli spettatori ad andare oltre i segni d’ammicco conformi ai coefficienti spettacolari, coi venti di guerra sugli scudi (Top Gun docet), per riflettere sulla pace. E sul bisogno di pace.

Nell’attuale momento storico un film come Il male non esiste non può essere liquidato per far piacere a chi lo sponsorizza con “bellissimo” o “stupendo” senza argomentare perché merita lodi incondizionate. Né vanno battute le mani a chi taglia corto definendolo magari il film realizzato in tempo di pace senza sapere nulla della guerra. Ed ergo del male. Perché guerre giuste non ce ne sono. Né mai ci saranno. A parte la guerra combattuta dal popolo di Scozia e d’Irlanda per respingere le ambizioni espansionistiche degli inglesi ai loro danni.

Tuttavia la materia trattata ne Il male non esiste non è l’egemonia dello spirito. Non riguarda i legami di sangue e di suolo. Il diritto a difenderli dall’assalto del vicino che intende colonizzare con l’uso delle armi per poi lamentarsi della reazione provocata dalle sue azioni. La materia trattata ne Il male non esiste è semplice o complessa a secondo dei punti di vista. Per chi ama La sottile linea rossa di Terrence Malick, un bellissimo ma al contempo barboso film di guerra girato in chiave contemplativa e guardar bene antiretorica, la materia trattata ne Il male non esiste è d’una semplicità quasi imbarazzante. Per chi, viceversa, ama Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg la materia in questione è un rompicapo. Perché trascende gli stilemi dei film di guerra girati in chiave avventurosa e romanzesca. Dando retta ai diktat commerciali per cui la gente è esortata a pagare il biglietto del cinema, inteso ormai anche nella veste di pagamento della piattaforma televisiva (cambia poco con buona pace, si fa per dire, della ritualità del buio in sala), anziché al richiamo assoluto della coscienza aliena al calcolo dell’opportunità, per la capacità del racconto di tenerla sui carboni ardenti. Cominciamo con lo stabilire quanto segue: il regista, scrittore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof, che ha realizzato Il male non esiste, dietro la macchina da presa esibisce una cifra stilistica ed espressiva inferiore ad altri suoi illustri ed eruditi compatrioti e colleghi: Asghar Farhadi, di gran lunga il capofila, Mohsen Makhmalbaf, la stessa figlia Samira Makhmalbaf, tanto per fare dei nomi, da aggiungere ai vari Majid Majidi, Amir Naderi e Masoud Kimiai, tutt’altro che gli ultimi arrivati anche loro, hanno molte più frecce al proprio arco per andare in profondità servendosi della scrittura per immagini al fine di scandagliare una materia, un argomento, una questione urgente, impellente, necessaria sulla scorta dell’erudizione, dell’attenzione e dell’affascinante trasfigurazione artistica.

Significa che Mohammad Rasoulof veleggia sulla superficie spacciandosi per un autore profondo che driblando i paletti della censura che nel suo Paese concede poco alla libertà d’espressione è diventato un artista nel dire a nuora perché suocera intenda? La risposta la fornisce sempre la scrittura per immagini. In modo esplicito. E in modo implicito. Nel primo episodio il regista cerca in modo sin troppo manifesto il mistero. Il protagonista è un operaio. Il pedinamento zavattiniano il mezzo. Il fine? Giustifica il mezzo o i mezzi di machiavelliana memoria? La sensazione di déjà-vu invalida sia la capacità del thriller di trasformare l’incertezza sul prosieguo della trama in un coefficiente spettacolare sia il carattere misterioso della poesia. Che non è sfiorato neanche di striscio. Nel secondo episodio esplicitamente la questione concerne l’obbiezione di coscienza del soldato che non vuole camminare per una valle oscura. Vale a dire che non vuol far parte di un plotone di esecuzione e, a differenza dei commilitoni o dei mercenari con cui condivide una sorta di cella, non accampa scuse, non ragiona sui massimi sistemi, ignorando che a lui i condannati a morte non hanno fatto alcun torto. Al limite il torto glie lo fa il leone che manda gli agnelli in guerra. Una storia, si sa, vecchia come il mondo. L’ovvietà del primo episodio richiama alla mente l’obbiettore di coscienza più famoso del mondo: Muhammad Ali. Il sottotesto si dispiega attraverso alcuni esercizi stilistici che mandano in brodo di giuggiole i cinefili che conoscono molto il Neorealismo, gli esami comportamentistici mandati ad effetto dagli alfieri del New American Cinema, che per dirla alla Celentano mettono o provano a mettere una carezza in un pugno, ma conoscono poco e niente l’aumento dei prezzi determinato dalle guerre, i turni di sentinella, il fischio delle pallottole, il servizio militare, quello civile persino, l’università della strada, la delinquenza, i sussulti della coscienza e chi più ne ha, lo sanno addirittura gli illetterati, più ne metta.

Ragion per cui il secondo episodio convince sul versante al sole, chiaro, lapalissiano e delude sul versante all’ombra. Il terzo episodio parla sempre a nuora perché suocera intenda? Sì. Ma meno. Fa capire che l’Iran è ritenuta dai politici russi roba loro. Una specie di colonia. E lo fa capire più chiaramente. In modo anche meno banale. Il senso è il seguente: nel secondo episodio si mette molta carne al fuoco finendo con l’aggiungere cose superflue e scontate, forse superate; nel terzo episodio il lavoro di sottrazione consente alla retorica, non dei retori bensì dei soloni, l’investitura ad antiretorica. Il progresso niente male. Il compleanno del soldato Javad insieme alla fidanzata durante i tre giorni di licenza dice una cosa ma ne manda a dire un’altra. L’intervallo è tuttavia abbastanza prevedibile. Nulla a che vedere con la virtù di razionalizzare l’assurdo ad appannaggio dell’autentica poesia. Ma quanti poeti esistono nel cinema mondiale attuale? Pochi. E quei pochi sono noiosi. Malick in testa. L’ultimo episodio trae partito dal classico ritorno all’ovile. Niente di più scontato? Lo sarebbe se da regista, scrittore e produttore Mohammad Rasoulof non sentisse fortemente il bisogno di sconfiggere i fantasmi del passato da parte di chi produce miele, vive sulle montagne, ha un legame inossidabile con la terra, rifugge dalla violenza, dai delitti e dalle pene. Nell’ultimo episodio emerge un’idea non presa in prestito. E lo stile acquista un’autonomia degna di nota. Il male non esiste chiude in attivo. Ma non arriva da pseudo film d’autore nemmeno alla caviglia di Top Gun del compianto Tony Scott. Che attingeva alla più bell’acqua del cinema commerciale. Che dimostrava sull’onda dei valori commerciali, che non pagano dazio all’insincerità, che il male esiste eccome. E che nei film e talvolta nella realtà, dopo lunghe sofferenze, il bene vince sul male. Grazie a Dio.

 

 

Massimiliano Serriello