Il materiale emotivo: da Scola a Castellitto

L’atteso ritorno dell’appassionato ed esperto attore capitolino Sergio Castellitto sia davanti sia dietro la macchina da presa, ritagliandosi l’accattivante ruolo del protagonista, Vincenzo, proprietario di una simpatica libreria ormai demodè nel cuore di Parigi, riserva ben poche sorprese.

Ma stimola lo stesso qualche riflessione. Ed ergo offre dei motivi d’interesse. Rinvenibili sin dal titolo, Il materiale emotivo, che certifica l’egemonia dei dolci sentimenti sui rompicapo. Cifra distintiva pure dei previi film. Dal mélo romano de Roma Fortunata, con Torpignattara eletta a teatro a cielo aperto dell’altalena degli stati d’animo dell’inquieta parrucchiera in cerca di riscatto, allo scandaglio intimistico di Nessuno si salva da solo. Dispiegato all’insegna della crisi coniugale, del bisogno di superarla con la dialettica morale, dell’autentica umanità necessaria ad anteporre il calore dell’emozione alla freddezza dell’analisi.

La scelta inoltre di trarre partito dalla sceneggiatura rimasta incompiuta, Un drago a forma di nuvola, del compianto Ettore Scola, che l’ha diretto ne La famiglia e in Concorrenza sleale, passa attraverso la schietta riconoscenza nei riguardi di uno dei guru della Commedia all’italiana. Al pari dell’affinità elettiva stabilità in terra di Francia prestando il proprio gioco fisionomico all’arguto maestro transalpino Jacques Rivette in Chi lo sa? e in Questione di punti di vista. L’omaggio alla struttura teatrale, con l’esplicita ed evocativa apertura del sipario nell’incipit, e la chiusura nell’atto conclusivo, impreziosito dal balletto di Castellitto, a rimarcare il sano bisogno d’idonea levità dinanzi all’angoscia dei cuori appesantiti dai fiaschi, strizza l’occhio ai cinefili che, insieme all’amore per la fabbrica dei sogni, nutrono anche quello per il palcoscenico. Nel ricordo dell’avanspettacolo del Principe della risata Totò, delle commedie di Scarpetta, della somma perizia drammaturgica del figliol prodigo Edoardo De Filippo. Mentre il selciato bagnato, l’effigie dei lampioni, gli scorci cartolineschi sullo sfondo, gli elementi ambientali sugli scudi sembrano prendere in prestito il carattere d’ingegno creativo di Billy Wilder in Irma la dolce, senza però riuscire a replicarne nemmeno di striscio la capacità di conferire alla ponderazione romantica e ironica la stessa forza significante dell’introspezione tragica, alcuni movimenti di macchina esulano dall’inane accidia delle idee attinte all’altrui acume. Il carrello dal basso all’alto, e quindi dalla libreria-bottega alla casa – dove la figlia Albertine sulla sedia a rotelle sfida apertamente il fisioterapista con l’ostinato mutismo e la vena insolente, fingendo d’ingoiare le pillole prescritte, per poi sputarle, sulla medesima falsariga dell’anticonformista Jack Nicholson alias Randalph McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman – diviene un tormentone in grado comunque d’inchiodare l’attenzione del pubblico.

Le dinamiche narrative che invece prendono piede solamente nel negozio-galera, con i romanzi degli autori con la “a” maiuscola chiamati a consolare l’uomo di lettere assorto nella scienza, nelle parole dense, nell’attaccamento protettivo al sangue del suo sangue, e perciò totalmente sconnesso dal mondo esterno, non vanno oltre i tediosi segni d’ammicco. Rispetto al copione originale, che univa l’attitudine a far riflettere ironicamente e far ridere amaramente ai geniali paradossi cari a Diderot, Castellitto, supportato dall’alacre consorte Margaret Mazzantini, avvezza a imprimere ai suoi romanzi l’imprinting dell’immediatezza espressiva, opta per la contestualizzazione del richiamo citazionistico. Sparso a raggiera. Se La tigre e la neve di Roberto Benigni chiamava in causa gli aforismi tanto del poeta Neruda (“Voglio fare con te ciò che fa la primavera coi ciliegi”) quanto dell’antropologo Claude Lévi-Strauss (“Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza l’uomo”), Il materiale emotivo allega i rimandi alla trama. Alle tenere vicende dei personaggi, alle ubbie, alle speranze, agli stimoli forniti dalle parole piene. Pescando da Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, da Il barone rampante di Calvino e da Oscar Wilde per fungere da stimolo per gli spettatori attratti dallo spirito di verità profuso step by step. Il filo di congiunzione e di continuità rappresentato dalla rilettura del capolavoro Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, già portato sul grande schermo dall’erudito Visconti con Marcello Mastroianni nel ruolo dell’innamorato deluso, a dispetto dei passi di danza improvvisati per fare colpo, permea un intreccio povero d’azione.

L’avvenente Bérénice Bejo nei panni scombinati ed estatici dell’eccentrica attricetta Yolanda – che piomba in libreria cercando il cane smarrito, recita i versi da interpretare per stregare le platee, dissemina cucchiaini di zucchero, regala ad Albertine un proiettore di stelle per vincere l’attanagliante claustrofobia, sceglie in zona Cesarini il fiele dell’inganno – stenta a sopperire alla scarsa robustezza del racconto. Nonostante l’apprezzabile variante mandata ad effetto. L’inchino alla rinuncia generosa, diametralmente opposta rispetto alla delusione incassata dal buon Marcello nell’epilogo dell’illustre modello di partenza, seppur a fin di bene, contribuisce ad addolcire l’interazione tra arte ed esistenza. Le incongruenze di cui però soffre il resto della storia – divisa dalla propensione ad aggiungere parecchia carne al fuoco, per sopperire alla penuria di apporti originali, e dal ricorso invece all’antiretorica per sottrarre gli eloquenti silenzi all’inutile patetismo – evidenziano l’impasse dell’infecondo cerchiobottismo. A dispetto dell’ampolloso cortocircuito dei sogni rivelatori, Matilde De Angelis delinea con destrezza il personaggio di Albertine. Al punto che il suo primo “bon jour” ricava linfa dalla perseverante sottrazione. Peccato che il calcolo compiuto mettendo a confronto le speculari polarità sappia di raccogliticcio. Idem per la prova di Castellitto. Schiavo dei vezzi gigioneschi. Scambiati per colpi d’ala. La galleria delle lunari figurine di fianco, che gravitano nel piccolo universo bisognoso d’infinite certezze, rimanda a Il favoloso mondo di Amélie. Banalizzandone l’iperrealismo grafico, la trepidazione degli affetti, i soprassalti immaginifici. Il materiale emotivo, al contrario, d’immaginazione ne ha davvero poca. La densa sottrazione risulta soverchiata dal tripudio di citazioni, sia pure attinenti. L’implacabile déjà-vu, specchio dell’impalpabile fantasia personale, prevale sull’allusivo ed empatico bon jour. À la prochaine fois, sor Castellitto.

 

 

Massimiliano Serriello