Il mio profilo migliore: la vita social di Juliette Binoche

Assai più a suo agio davanti alla macchina da presa ché dietro, Safy Nebbou cerca di sopperire alla mancanza d’estro celando l’accidia delle idee attinte all’altrui ingegno negli inchini ai propri numi tutelari nel mondo della letteratura e del cinema.

I convitati di pietra nell’apologo sul vero e il falso Il mio profilo migliore, oltre alla compatriota Camille Laurens, artefice del libro Celle que vous croyez, sono molteplici: da Proust ad Alfred Hitchcock, da Pirandello a Sergio Leone.

Al posto, però, del pluralismo dei punti di vista, che ha ispirato fior di registi (con Akira Kurosawa in Rashōmon sugli scudi), prende subito piede il bisogno di trarre partito dalle tendenze di punta degli anni Novanta a beneficio della capacità di presa immediata cara al pubblico dai gusti semplici.

Così la vicenda della docente che, superata la cinquantina, s’impossessa del profilo Facebook di una sensuale ragazza nel fiore degli anni per assaporare l’ebbrezza di ringiovanire, finisce per scontentare tutti.

La dinamica campo/controcampo, impreziosita dai rumori intradiegetici dovuti all’attesa delle risposte attraverso Messenger, esacerbate ad arte dai rintocchi impressionisti, spiana la strada ai motivi d’inquietudine. L’idonea suspense ha però vita breve e cede il passo al più vieto spettacolo strappalacrime.

Il confronto con l’algida psicologa intenta ad analizzarne l’insanabile senso di colpa per aver spinto al suicidio il giovane fotografo, sedotto e abbandonato senza mai poterla vedere, risulta l’ennesima rievocazione di À la recherche du temps perdu.

L’innesto dei rimandi (assai superficiali), tanto a C’è posta per te quanto a Sliding doors, impedisce di fatto alla trama di andare in profondità, nonostante le gimcane compiute dai laboriosi carrelli – ora all’indietro ora in avanti – per esibire la correlazione tra habitat ed esseri umani.

Il ricorso, inoltre, agli insistiti primi piani, intenti a scavare nel volto della pur bravissima Juliette Binoche allo scopo di scorgere dietro le rughe d’espressione la voluttà di riscrivere il passato, ne Il mio profilo migliore mostra la corda. Tralignando in un’insostenibile smanceria il connubio tra panegirico e sarcasmo raggiunto da Leone in C’era una volta in America.

 

 

Massimiliano Serriello