Con il loro brano d’esordio The Pretender, i Not For $ale hanno fatto un ingresso deciso nella scena del rock politico — facendo nomi, affrontando il potere e invitando gli ascoltatori a interrogarsi sulla direzione della democrazia. Ora il progetto ritorna con The 47th, un’affermazione più tagliente e complessa che passa dalla rabbia pura a una critica lucida e profonda dei sistemi che permettono all’autoritarismo di prosperare.

In questo nuovo singolo, Not For $ale punta i riflettori sulla cultura della disinformazione, sulla politica-spettacolo e sul deterioramento delle istituzioni — avvertendo di un punto di non ritorno in cui la democrazia rischia di scivolare verso qualcosa di molto più oscuro. È un brano costruito sull’urgenza e sulla resistenza, impregnato di energia grezza e di un’inquietudine profonda per il futuro.

Abbiamo parlato con l’artista dell’evoluzione da The Pretender a The 47th, dell’influenza del clima politico attuale sulla sua scrittura e del motivo per cui crede che la musica abbia ancora il potere di unire le persone contro la deriva autoritaria.

“The 47th”: https://open.spotify.com/intl-pt/album/0fySDSgo64ub8FLKY4TiOq


Il tuo precedente brano The Pretender era audace e diretto — con The 47th, il messaggio appare più sfaccettato. Cosa ha spinto questa evoluzione, dal semplice atto di protesta a una critica più profonda? 

All’inizio, The Pretender era più un avvertimento, quasi surreale. Non credevo davvero che potesse accadere di nuovo. Pensavo che gli americani non sarebbero stati così ingenui da rieleggerlo. Quella incredulità ha dato alla canzone la sua energia grezza, intrisa di sarcasmo. Ma con The 47th le cose sono diventate più complesse. La narrazione è passata dall’ipotesi alla realtà. Ciò che era iniziato come retorica populista, promettendo di “restaurare la grandezza dell’America”, si è trasformato in una minaccia molto più seria. Una volta che “il pretendente” diventa il 47º presidente, si sente legittimato. E lì il pericolo diventa tangibile: il senso di potere assoluto e di impunità è enorme, soprattutto in chi mostra tendenze narcisistiche e un ego smisurato. Ancora più allarmante è il crollo delle salvaguardie istituzionali, in particolare la separazione tra potere politico e giustizia. L’idea dell’auto-grazia non è più un’assurdità teorica: è reale.


Cosa rappresenta per te il titolo The 47th al di là del riferimento politico ovvio? Parla di una persona, di un momento o di un sistema? 

The 47th non è solo una persona; è un punto di svolta. Il titolo si riferisce all’attuale presidente, ma soprattutto simboleggia un momento in cui il sistema mostra le proprie crepe. È il punto in cui la democrazia, se non difesa, può scivolare nell’oscurità. Parla anche del modo in cui oggi si fa politica — plasmato da un flusso continuo di informazioni e disinformazione. I confini tra verità e manipolazione si sono dissolti. Quando qualcuno prospera in quel caos e occupa la più alta carica, non è solo un evento politico: è il riflesso di un paesaggio distorto, dove lo spettacolo sostituisce la sostanza. È un sentimento insieme triste e inquietante: triste, perché assistiamo all’erosione silenziosa di un ideale; inquietante, perché questo cambiamento non avviene bruscamente, ma in modo subdolo, mascherato da strategia, intrattenimento e cinismo. Tuttavia, The 47th può anche essere una chiamata al risveglio — un momento di presa di coscienza in cui l’indignazione si trasforma in azione.


In che modo il clima politico attuale ha influenzato la scrittura e il tono di questo nuovo brano? 

Il tono è molto più serio e allarmato. Ci troviamo di fronte al presidente del paese più potente del mondo che si comporta come un bullo. Un narcisista patologico che agisce con una strategia deliberata di divisione e manipolazione. Non è più politica: è una performance permanente, dove l’ego prevale sui principi e la verità diventa flessibile. Basta guardare ai conflitti in corso e a questa figura che dichiara di poterli risolvere da solo, come se detenesse le chiavi della pace mondiale. Affermazioni del genere — assurde e pericolose — rivelano una visione del potere scollegata dalla realtà ma capace di sedurre folle assetate di risposte semplici a problemi complessi.


Hai descritto questa canzone come una rivolta contro l’illusione e la deriva autoritaria. C’è stato un evento specifico che ti ha spinto a scriverla? 

La scintilla è stata quella improbabile rielezione. Mi ha lasciato senza parole. È stato come vedere la realtà superare la finzione. Le menzogne erano diventate la norma, le istituzioni venivano derise e il rumore mediatico soffocava la verità. Di fronte a questa distorsione, ho sentito l’urgenza di reagire. Il brano nasce da un bisogno impellente di dire no: no alla confusione costruita a tavolino, no alla manipolazione, no a un potere che prospera nel caos.


Pensi che la musica possa ancora generare un vero cambiamento politico o culturale, o oggi il suo ruolo è più riflessivo e di resistenza? 

Credo che la musica abbia, prima di tutto, il potere di unire. E sono le persone unite che possono generare un cambiamento reale. La musica di per sé non trasforma le strutture, ma crea connessione, dà voce a chi non ne ha una, attraversa confini e barriere sociali. Può risvegliare, mobilitare, far emergere una coscienza collettiva. In questo risuonare comune c’è il potenziale per la trasformazione. The 47th nasce dal rifiuto di restare in silenzio: vuole provocare resistenza e mantenere viva la capacità critica. La musica non cambia il mondo da sola, ma può stare accanto a chi ci prova. E in un paesaggio saturo di rumore, cinismo e distrazione, può risvegliare la coscienza proprio dove il potere cerca di addormentarla.

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